La bella scuola

Cosa abbiamo imparato da Ali, Ahmed, Zhou...

Come si legge “Zhou”? Sarà Zù? O Zoo? O Zò? Questi altri sono più facili: Ali Mohamed, Whitney, Stefan, Orobosa, Ahmed, Kevin, Adam… C’è anche una Serena. Italiana? No, il cognome non è italiano. Anche se, a dire la verità, sono quasi tutti italiani, e cioè sono nati qui. Anche questo “Zhou” che c’è voluto un po’ a capire come si diceva e alla fine si è scoperto che si leggeva esattamente com’era scritto: Zou, niente acca come se non ci fosse. È cinese...

Eccoci qua, Istituto Regio Parco, Torino, plesso scolastico Michele Lessona. È quella che si dice una scuola di frontiera. Ma a dire la verità non è affatto una frontiera lontana. Siamo a due passi da piazza Castello, come dire nel cuore della vecchia Torino; e anche a un passo da Porta Palazzo che della città è un altro cuore: vecchissimo e nuovo, scabroso, degradato, doloroso, ma anche gioioso, multietnico, palpitante e talvolta sanguinante.

Vien da dire che non è una frontiera fisica, non c’è un confine, non c’è un mare, non c’è un muro. È una frontiera che passa dentro di noi, è il mondo che sta per arrivare. Anzi: è il mondo che è già qui, anche se molti non lo sanno e quando cominci a parlare di una scuola come questa ti guardano con occhi sbarrati. Anche soltanto scorrere i nomi sui registri delle classi è un’esperienza: Chaima, Agit, Sef, Soheila, Amina, Mei Huì, Milo, Fathima… Il 90 per cento sono “stranieri” e arrivano da trenta differenti pezzi di mondo.

Dunque, sono le 18,30 di un martedì qualunque quando lasciamo l’ufficio di Concetta Mascali che è la dirigente responsabile di questo complesso universo: sette scuole, centinaia di bambini, uno sciame multicolore, non solo tra gli allievi. La professoressa Mascali ha ancora da fare, e senza ostentazione, dice che le sue giornate di lavoro sono lunghe dodici ore, dalle 8 alle 8: “In meno non ce la faccio”. Ha superato i cinquant’anni, la scuola è stata ed è la sua vita, ne parla alternando fermezza e dolcezza. Si rivolge alle sue insegnanti col rigore della dirigente e la complicità di chi ha condiviso tutto. O quasi. Con ammirazione: «Sono brave».

Stefania Ferretti è una di loro. Insegna in una quarta elementare della scuola De Amicis, arriva con il fiatone, felpa sportiva, scarpe da runner: una vita – va da sé – di corsa. Racconta in un flusso continuo di parole che esce dall’anima in un alternarsi di stati d’animo, ora affranta ora entusiasta, sempre attenta però a marcare i confini del suo ruolo: un’insegnante in queste situazioni può e deve essere tante cose, ma mai sostituirsi alla mamma o ai servizi sociali. E non è certo un lavoro per tutti, molti non ce la fanno, c’è chi s’è trovato le gomme della macchina tagliate ed è rimasto, chi invece ha chiesto il trasferimento. Anche la scuola è tante cose: «Abbiamo impiegato un anno per spiegare che il portone della scuola deve rimanere chiuso, non si può entrare a tutte le ore, non si può venire in continuazione a chiedere qualcosa alla maestra del tuo bambino…»

Concetta e Stefania sono anch’esse figlie della storia di Torino e tuttora la storia d’Italia le attraversa: sono arrivate a 14 anni dal cuore della Sicilia (Agira, Enna), e da quella parte di Umbria ai confini con il reatino. Concetta dice che torna volentieri in Sicilia, riconosce la “sua terra” ma non sempre la gente è la cultura; i parenti di Stefania, invece, ora dormono in auto, perché il terremoto è lo spettro incombente dalla fine di agosto.

Abbiamo chiesto loro come si fa. Che succede quando si entra in una classe dove ci sono una trentina di bambini che spesso non riescono nemmeno a capirsi tra loro.

Questo è il loro racconto.

«Sonobambini socialmente sgrammaticati, alcuni hanno storie terribili alle spalle. Per prima cosa si cerca di costruire il gruppo, al massimo cinque ragazzi, eterogenei ma omogenei, per valorizzare il diverso: gli si chiede cosa ti piace fare, come ti chiami, fai sentire il suono del tuo nome. Nel fare il gruppo si lavora sulle diversità. In classe, in cortile. Si usano linguaggi artistici non verbali, come i colori. Una grande risorsa è stata fare l’orto perché li ha messi in condizione di lavorare insieme senza dover passare attraverso una struttura linguistica predefinita, stare e fare insieme, con le mani. Una volta creato il gruppo si cerca di scoprire e far emergere ogni singola individualità».

«Abbiamo avuto buoni risultati con l’orto, ma anche con la musica e con la giocoleria, forse sarà per merito dell’insegnante che è veramente eccezionale, ma con i bambini ovviamente è servita moltissimo. Si fanno giochi con i piatti cinesi, le palline, esercizi di equilibrio. È anche un modo per imparare la solidarietà perché se uno sta per cadere l’altro lo sostiene. E così a poco a poco si forma il gruppo.

«L’italiano? Non si può certo affrontare l’insegnamento di una lingua che per loro è la seconda lingua in modo frontale, con la grammatica e le regole. Faccio un esempio: per spiegare il senso di due parole come “ogni” e “contenitore” ho impiegato tutta la mattina: ci si aiuta con i gesti, con le mani. In casa parlano la lingua materna e noi li incoraggiamo, è giusto così. L’italiano è per loro una lingua adottiva, figlia di una mediazione. Ma portando l’italiano in casa funzionano anche da mediatori sociali, aiutano l’integrazione di genitori e fratelli. Si va lenti ma più in profondità. Anzi serve anche agli italiani».

«La matematica è un linguaggio comune che aiuta molto: se metto quattro pere in un cerchio, capiscono le quantità, le somme, le sottrazioni. E poi la musica, abbiamo adottato il metodo venezuelano per formare un’orchestra di violini: si ascoltano, vanno insieme, prestano attenzione a cosa fa l’altro, imparano ad essere concentrati e in una postura corretta quando si esibiscono. Tutte qualità spendibili poi nello studio, concentrazione, ascolto dell’altro e di se stesso… Escono talenti che in un insegnamento frontale e tradizionale sarebbero esposti a dolorosi fallimenti».

«I risultati? A fine anno si danno gli attestati di merito e i migliori sono sempre stranieri, anche se gli italiani sono pochi, ma non per questo. L’altro giorno è tornato nella scuola di via Fiochetto una ragazza rumena che ha dato la maturità in uno dei severissimi licei classici torinesi ed ha avuto il massimo dei voti. Voleva salutare e ringraziare le sue maestre. Quando è arrivata, per due anni non ha parlato perché non capiva e si vergognava a parlare in italiano».

«Brave noi? La scuola mi costringe a interrogarmi molto. Non ci sentiamo sempre brave, anzi spesso mi sento affranta, delusa. Le scuole come la nostra dovrebbero avere un sostegno diverso, più risorse un contesto territoriale curato, invece è degradato ed è l’anticamera della dispersione scolastica. Vogliamo far crescere buoni cittadini e siamo sicure che niente sarà sprecato ma la povertà chiama povertà, il degrado chiama degrado. Bisognerebbe almeno ripulire strade e muri intorno alle scuole. Sarebbe bello un concerto di violino dei bambini in queste strade, ma ci sono le siringhe».

«È la vita, anche trent’anni fa ci fu un grande cambiamento sociale e noi ne siamo le figlie, la diversità fa parte di noi. Ma il cambiamento della società chiede una risposta più forte e per noi non si tratta più di insegnare a leggere e a scrivere, siamo impegnati come persone. E se devo essere sincera io ormai mi sento normale solo se sto in un contesto così».


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