Se otto ore vi sembran troppe

Un libro a settimana

Se vuoi capire le trasformazioni dell’economia parti dall’inizio. Guarda come vengono prodotte le cose, da chi e in che modo. Parti dal luogo fisico dove tutto comincia: la fabbrica.

Osservare, non “studiare” dice Giuseppe Berta nel suo “Produzione intelligente” (Einaudi 2014). Osservare le fabbriche di ieri e di oggi per capire come potrebbero essere le fabbriche di domani. Guarda i luoghi, le persone e i rapporti tra le persone, i gesti che compiono. Berta racconta che i suoi colleghi della Bocconi, dove insegna Storia contemporanea, sembrano non capacitarsi del fatto che vada a “guardare” luoghi e facce piuttosto che dedicarsi solo allo studio di modelli teorici. La spiegazione si trova nelle ultime tre righe del suo libro: un nonno operaio che da bambino lo portava in fabbrica e che evidentemente gli è rimasto appiccicato addosso. Ora però la fabbrica e la produzione suonano come concetti antichi. Categorie ottocentesche, nell’era della service economy e al culmine di una crisi epocale che sconvolto tutto. I numeri sono impietosi: l’industria italiana ha perso 539 mila posti di lavoro tra il 2008 e la metà del 2013. Con la differenza, rispetto al passato, che non si ridimensionano le fabbriche per trasformarle e rilanciarle ma si «incide nella carne viva del sistema della produzione». Il futuro dell’Italia industriale, un tessuto ora più informe e meno definito nei suoi punti di forza come nelle sue debolezze rispetto al passato, dipende però ancora e sempre più dalla capacità di cambiare il modo di produrre. Gli esempi sono tanti. Dalle acciaierie di Tenaris a Dalmine, alla Maserati di Grugliasco fino allo stampaggio tridimensionale della piccola ProTocuBe. Il denominatore comune è la consapevolezza che le risorse non sono più mani e macchine («Non c’era uno, tra i compagni di mio nonno, che avesse integre tutte e dieci le dita delle mani»). Ma conoscenza e intelligenza, «le vere risorse produttive di domani».


[Numero: 6]