Mi annoio dunque sono

Sbadigliate con il Panda

La donna che ha visitato tutti i paesi del mondo, la storia del gatto senza orecchie, le dieci case più strane della Terra. Da dove arriva questo calembour di bizzarrie e cose strane che intasa la nostra timeline di Facebook, la colonna destra dei siti di informazione, perfino le chat di whatsapp? In parte, ma non solo, il merito (o la colpa) è di un panda annoiato: www.boredpanda.com, aggregatore online di notizie strane e bislacche, fonte di ispirazione per i deskisti di tutto il mondo e di notevole distrazione per i lavoratori d’ufficio. La sede principale è a Vilnius, Lituania. I post sono pubblicati in lingua inglese e raggiungono una media di 30 milioni di utenti nel mondo ogni mese. Da Stati Uniti e Regno Unito principalmente, ma non solo.

Il panda annoiato non è unico nel suo genere, seppure piuttosto diffuso: siti simili sono ad esempio This blog rules, dove si possono trovare meraviglie come «L’uomo che vive con un orso Grizzly», oppure Fubiz, di standard diverso, più incentrato su arte e creatività ma sempre in funzione ammazza-noia. Nel sito Bored Panda si legge che l’intento principale del magazine è quello di «portare la felicità ai propri lettori». Un nobile fine, non c’è che dire, ma soprattutto un grande business, focalizzato ad accaparrare le sfuggenti fonti di pubblicità online. Un business da cui non sono immuni le testate giornalistiche.

Un fenomeno «molto italiano», direbbe Stanis La Rochelle (della serie televisiva Boris), quello di riempire i siti di informazione con notizie stravaganti. Italiano sì, per tutta una serie di ragione e in particolare per modelli economici, ma non solo. Nessuno dei media outlet mondiali, per quanto seri e stimati possano essere, resiste al nonno cinese che sfila in passerella. Neanche il New York Times. O al detenuto più bello del mondo. E perché dovrebbe farlo, verrebbe da dire? In effetti ci sono anche esempi meno edificanti.

La noia muove il mondo, o quantomeno il mercato, e questo tipo di pubblicazioni continuano a essere una voce importante nei precari budget dei siti online. Non fosse altro perché chi non ci clicca per curiosità, lo fa per sdegno: a chi non piace ergersi a bastione morale contro la degenerazione dei costumi dell’informazione? Ma seguendo il vecchio adagio wildiano, che dice «bene o male purché se ne parli», la discussione e la critica generano traffico, like, condivisioni. Fonti di guadagno. Traffico che invece non si riesce a generare a fronte di seriose analisi e importanti interviste, che passano se non sotto silenzio, decisamente con meno clamore. «È la stampa 2.0 bellezza», verrebbe da dire. O forse solo le contraddizioni di un panda annoiato. Come siamo noi tutti, a tratti.


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