Se otto ore vi sembran troppe

Più piccolo e più aperto, questo è il mondo del sindacato 3.0

Una volta la chiamavano precarietà, nomignolo dispregiativo per il destino di una generazione danneggiata dalle troppe tutele a padri e nonni. Ora è flessibilità e basta. Il punto però è sempre lo stesso: come fa il sindacato di massa, quello delle piazze e delle fabbriche, degli scioperi e dei turni, a trovare spazio fra i nuovi lavori? Che cosa possono offrire la Cgil, la Cisl, la Uil, l’Ugl, i Cobas o l’Usb a un programmatore, un web manager, a un dipendente di Google o Microsoft, tanto per citare due aziende dove orario, ufficio e tempo indeterminato sono concetti consegnati alla storia del Novecento? Si dirà: ci sono dipendenti e dipendenti. Non tutti hanno il privilegio di poter sfruttare i lati buoni della flessibilità. Eppure il problema resta. «Nel lavoro oggi contano più gli obiettivi dell’orario classico», dice il ministro Poletti, e ad eccezione della Cisl - giù i fischi delle sigle. Ovvio che sia così, reinventarsi sindacato nella terza rivoluzione digitale non è facile.

Non è in atto solo un ulteriore e potente spostamento della manodopera dall’industria ai servizi. Sta cambiando il paradigma del lavoro, quello su cui si è fondato un secolo di lotte e diritti. Una nota ricerca dell’Università di Oxford sostiene che nel giro di vent’anni il 47 per cento dei mestieri di oggi non esisteranno più, sostituiti da processi di automazione sempre più spinti. Fra quelli più a rischio ci sono mansioni tipicamente sindacalizzate: dal dipendente del supermercato al macchinista ferroviario, dal personale delle pulizie agli addetti ai call center. Non è un caso se nelle organizzazioni sindacali si investa sempre di più nella difesa dei diritti acquisiti – quelli dei pensionati – e di coloro che i diritti non li hanno mai avuti, gli immigrati. Che ne sarà della rappresentanza degli altri, di coloro per cui varrà sempre di più il teorema Poletti?

Fra i più giovani i sindacati non riscuotono successo, e si intuisce il perché: finora la tutela dei diritti degli insider ha prevalso su quella degli outsider. Sta ai sindacati cambiare passo. Una cosa è certa: nell’epoca della flessibilità parole d’ordine come “contratto nazionale” non hanno futuro. Non si tratta – come sostengono alcuni – di abbassare l’asticella delle garanzie, ma di prendere atto che il mondo è allo stesso tempo più piccolo e più aperto, tanto più generoso nel sottrarre un miliardo di persone alla fame quanto rapido e spietato nel mettere in concorrenza la manodopera cinese con quella europea.

La tentazione di quelli più a sinistra è di buttarla in politica, come si faceva negli anni Settanta. E così la Fiom abbraccia la battaglia per il salario minimo, la Cgil quella per una nuova politica industriale. Ma non è per quella via che si può recuperare il consenso calante, perché quello è il campo del legislatore. Non resta che tentare faticosamente di continuare a fare il mestiere del sindacato. I lavoratori restano tali, e anche se il loro ruolo cambia, molti continueranno a cercare riparo sotto l’ombrello di una rappresentanza collettiva. Per i sindacati si tratta di accettare il futuro, magari smettendo di dividersi in mille rivoli per ottenere prebende pubbliche o trattare poltrone.


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