Mi annoio dunque sono

Né malati né sani Insoddisfatti dalla Terra intera

«P er quanto io mi spinga indietro negli anni con la memoria, ricordo di aver sempre sofferto della noia» scrive Alberto Moravia nel suo romanzo forse più celebre, dove il protagonista, l’aristocratico Dino, pittore poco convinto di sé, ricostruisce la storia della propria vita. La Noia , pubblicato nel 1960 con grande successo anche di critica, fu salutato come un ritorno dello scrittore alla incisiva spietatezza degli esordi, quando negli Indifferenti riuscì, giovanissimo, a descrivere la società borghese degli Anni Trenta con uno sguardo che puntava dritto non solo al male sociale ma già a quello esistenziale.

Fu l’abbozzo di un manifesto per una generazione futura, e prima di Sartre coglieva il clima che sarebbe stato poi definito come esistenzialismo letterario. Ma qui lo scrittore, grazie a una sensibilità quasi rabdomantica, andava oltre. Realizzava in forma ben più aperta e visibile quello che Cesare Garboli aveva definito a proposito degli Indifferenti «qualcosa come l’eco di un disastro, un crollo», ovvero «l’edificio del Novecento che si sfascia con un fragore sinistro», riuscendo a metterlo in prospettiva, distanziarsene e facendone una sorta di rumore bianco - come le tele che Dino lascia volutamente incompiute.

Il mormorio della noia, quella che «per molti è il contrario del divertimento» ma «per me - sono sempre parole del protagonista - è propriamente una specie di insufficienza e inadeguatezza o scarsità della realtà», aveva trovato la sua voce. Se per Pascal (o per Kierkegaard) l’uomo attraverso la noia «insopportabile» che gli fa avvertire «il proprio nulla» può comunque prendere coscienza di questa dimensione umana per aprirsi alla fede o a una dimensione etica, per Moravia non c’è veramente uscita, né redenzione - ad onta del finale, che sembra più una concessione alle morali dominanti, ma forse è un vago sberleffo.

La noia, icona della modernità portata alla sua pienezza di significato dalla nascita dell’individuo borghese, non è più il taedium latino, quello che per Seneca mette chi ne è colpito nella condizione accidiosa di essere «né malato né sano». E neanche il leopardiano «non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera», che per il poeta di Recanati resta tuttavia, come leggiamo nei Pensieri, «il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana». È un segno sì, ma sostanzialmente indecifrabile nonostante Marx e Freud. Ed è soprattutto in Moravia «una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere».

Figlia dall’«ennui» di Baudelaire e Huysmans, o dell’«inettitudine» di Svevo, è ormai nella sua verità l’effetto in apparenza banale di una «coperta troppo stretta», la realtà che prende ogni volta, irrimediabilmente, congedo. Così sempre nelle parole di Dino «oltre alla incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo»: se vogliamo una forma di nevrosi, una nevrosi sociale, intuita e spiata come fosse propria dei comportamenti neppure alto-borghesi o aristocratici di un certo ambiente romano avido e distrattamente libertino; e che pure già riguardava non quel mondo dorato e un po’ cinematografico ma un universo umano ben più vasto.

Moravia lo sapevano benissimo, e al di là del residuale effetto telefoni-bianchi lo capirono altrettanto bene i lettori. Il romanzo divenne nel ’63 un film di successo diretto da Damiano Damiani, con una Catherine Spaak piuttosto indimenticabile, una per tutte nella scena in cui Horst Buchholz nella parte di Dino la ricopre di banconote. Può darsi che nottetempo ancora si aggiri su qualche televisione locale: probabilmente nelle ore della coperta troppo stretta.


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