Mi annoio dunque sono

Ma che fatica fermarsi a riflettere: senza stimoli non ce la facciamo

Stato mentale nocivo, ma anche motore di cambiamento e creatività, la noia è stata a lungo difficile da definire. Eppure, la conosciamo benissimo. Può non farsi viva quando indugiamo nell’ozio e piombarci addosso mentre siamo indaffaratissimi. Solo di recente le neuroscienze hanno iniziato ad occuparsi di questa condizione che compare nella letteratura scientifica già nel 1885, su Nature, con una nota di Francis Galton sulle espressioni e i gesti di conferenzieri annoiati.

La noia annulla ogni capacità di provare soddisfazione e ci toglie il controllo sulla nostra attenzione, che non riesce più a concentrarsi su alcunché. «Questo fallimento cognitivo diventa emotivo e scatena sensazioni spiacevoli complesse - spiega lo scienziato cognitivo Nicola De Pisapia dell’Università di Trento – Le aree cerebrali coinvolte sono tanto quelle frontali delle funzioni esecutive quanto quelle antiche del circuito della ricompensa». Per alcuni, proprio l’alterazione funzionale del sistema limbico sarebbe alla base della maggior propensione ad annoiarsi di certi individui. Secondo altri, invece, la ragione sarebbe da ricercarsi nel sistema dopaminergico, esattamente quello implicato nel fenomeno della dipendenza. Con il risultato che, per sfuggire al tedio, scatta una spasmodica ricerca di gratificazioni effimere e di intensità crescente.

Infatti, «alcuni studi sugli adolescenti mostrano un’associazione tra tendenza ad annoiarsi, propensione al rischio e consumo di alcol e droghe» spiega Pietro Pietrini, neuroscienziato di fama internazionale e oggi direttore della Scuola IMT Alti Studi Lucca. «La noia può però favorire la curiosità: è questo il vantaggio evolutivo di uno stato mentale che sembrerebbe unicamente negativo». Secondo lo psichiatra, la dinamica è del tutto simile a quella dell’ansia, che ci prepara ad affrontare una sfida: «Se presente in giusta misura la noia può spingerci all’azione, con una consapevolezza razionale ben distante dall’impulso istintivo di chi è fuori controllo, in balia di una frenetica ricerca di stimoli piacevoli».

Più scettico sui risvolti positivi della noia, Nicola De Pisapia, che ricorda come le aree reclutate nei meccanismi cerebrali coinvolti nei processi creativi (quel flusso di pensiero che ci regala lampi di genio) siano diverse rispetto a quelle del cervello di chi si annoia. Lo ha mostrato un recente studio di risonanza magnetica: «Nell’esecuzione di compiti noiosissimi si osserva una massiccia attivazione della cosiddetta rete neurale di default (DMN), costituita da aree associate al lasciar vagare la mente, e un’inibizione della rete della salienza, coinvolta nell’esecuzione di compiti specifici» spiega De Pisapia. «Ciò si traduce una totale disconnessione dal mondo esterno». Nell’uomo moderno la noia sarebbe la spia di un problema: bombardato di stimoli fin dalla più tenera età, egli traduce la mancanza di stimoli esterni in noia perché è incapace di star da solo, in silenzio, a riflettere.

Tanto da essere disposto anche a somministrarsi delle scosse elettriche pur di non rimanere seduto in una stanza vuota a far nulla, come è emerso in uno studio pubblicato su Science. «Abbiamo sviluppato una sorta di “dipendenza dalla stimolazione” che si traduce in un’incapacità di mantenere l’attenzione per momenti sostenuti e in una mancanza di motivazione interiore» spiega il ricercatore che mette in guardia i giovani: «Il nostro stile di vita, i suoi ritmi e il multitasking hanno delle pesanti conseguenze sulla capacità di concentrazione e di riflessione. Così si perde il godimento del pensiero e della riflessione impegnativa». Saperlo non basta. Le neuroscienze insegnano che un certo allenamento è necessario. Dovremmo ricordarlo la prossima volta che per rifuggire la noia ci tufferemo, smartphone in mano, nel web.


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