Mi annoio dunque sono

Lunghi periodi di noia brevi attimi di terrore: così si è animata la Terra

Secondo la teoria degli equilibri punteggiati l’evoluzione è come la vita del soldato in guerra: lunghissimi periodi di noia, interrotti da brevi attimi di terrore. Nel senso che per la maggior parte del tempo le specie tendono a rimanere apparentemente stabili, ma poi a causa di cambiamenti ecologici (spesso rapidi e imprevedibili) sono costrette a drammatici turnover. I dinosauri, cui il cielo cadde sulla testa in un brutto giorno di 65,3 milioni di anni fa dopo un’era geologica di noioso dominio, ne sanno qualcosa.

In natura la noia si presenta sempre con due facce opposte. La prima è quella del lusso. Un animale può permettersi di annoiarsi quando non ha impellenti esigenze di sopravvivenza né predatori nei paraggi. Se ne sta in panciolle a veder passare il sole, come un leone sazio e sbadigliante o come un gorilla alfa circondato dal suo harem. Nei pomeriggi di noia i nostri cugini primati si spulciano in gruppo, che poi è l’equivalente del gossip e delle chiacchiere da bar, imperituri collanti sociali. I cuccioli, intanto, riempiono la noia giocando e sperimentando emozioni e parole. La seconda faccia è quella della necessità: la noia del cacciatore che deve restare immobile e mimetizzato per giorni in attesa che passi quella benedetta preda; la noia delle settimane troppo calde in cui è consigliabile non uscire dal nascondiglio o dallo spicchio d’ombra conquistato a cornate; la noia di quando il caldo è invece troppo poco e devi intiepidire il tuo sangue rettiliano per ore e ore steso su una roccia.

Chiaramente solo noi, in quanto sedicenti sapiens eternamente insoddisfatti, abbiamo inventato il concetto di noia come peccato capitale di accidia e ne soffriamo consapevoli. La noia forzata è disoccupazione e perdita di senso. La brutta noia, stato esistenziale di indolenza e indifferenza, dilaga oggi sul web alimentando cialtronerie e dissolutezze di ogni tipo. La bella noia invece, quella che raramente l’ozio ci regala e di cui potremmo approfittare creativamente, ci fa spesso paura, perché ci fa pensare, ci fa staccare, ci induce a malinconici bilanci, apre uno sguardo decentrato ed eversivo sui ritmi assurdi, ma tutto sommato avvolgenti e rassicuranti, che dettano le nostre esistenze. Vietato stare immobili, c’è il rischio di ricominciare a vedere e a sentire.

L’uomo infelice, notava Pascal, è quello che non riesce a stare tranquillo in una stanza. L’horror vacui che affligge la fase tecnologica e iperconnessa di Homo sapiens potrebbe essere una versione aggiornata della nostra perenne esorcizzazione della morte. La noia, anziché occasione di contemplazione meditativa di un soffitto bianco, diventa metafora del vuoto da cui veniamo e verso cui andiamo. Come scrive Dany Laferrière, l’autore haitiano canadese de L’arte ormai perduta del dolce far niente, «ci rifiutiamo di accettare il fatto – triste, lo so – che il mondo è cominciato prima di noi e che continuerà dopo di noi. Per quanto mi riguarda, trovo rasserenante il pensiero di non essere responsabile di tutta la faccenda. Sono solo uno di passaggio. … Non siamo né al principio né alla fine del mondo. Perciò, stiamo calmi». E annoiamoci pure, purché lontano dalla tastiera.


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