Se otto ore vi sembran troppe

La classe operaia sceglie il merito, ma non è più un’élite

Siamo passati dalla “classe dei lavoratori”, a “lavoratori fuori classe”. Dalla mitica “classe operaia”, si è arrivati a collaboratori caratterizzati da una forte soggettività che non si riconoscono più in una “classe” omogenea. Il cui livello di identificazione con il proprio lavoro e l’azienda in cui sono inseriti è ben più elevato di quanto non si potesse ritenere. Una recente ricerca (Community Media Research per Federmeccanica) ha scandagliato gli orientamenti dei lavoratori in Italia svelando un quadro generale che narra di profonde trasformazioni intervenute all’interno del mondo del lavoro, soprattutto nei riferimenti di valore, che poi si traducono negli orientamenti e nei comportamenti. Vediamone qualche evidenza: il 72,1% si sente come “a casa” all’interno dell’impresa, il 78,0% è disponibile a introdurre flessibilità negli orari e nei turni, l’81,4% vuole contribuire a realizzare innovazioni per risolvere problemi che si presentano sul lavoro. Il 65,5% vorrebbe un salario in parte proporzionale ai risultati d’impresa, il 56,2% persino sarebbe disponibile a finanziare di tasca propria le innovazioni, avendone poi un ritorno economico. Il merito è il criterio prevalente di giustizia sociale sul lavoro: il 57,6% ritiene che debbano essere pagati di più quelli con una maggiore preparazione, cui si aggiunge il 33,5% che chiede sia data a tutti un’adeguata formazione di base, ma poi ognuno se la deve giocare da sé. Largamente marginali sono quelli indistintamente egualitari, per cui tutti devono avere salari relativamente simili (8,9%). In definitiva, la larga maggioranza fra i lavoratori s’identifica con l’impresa, che sente come propria (81,9%), dove sviluppano relazioni sociali e amicizie. Per questi motivi tendono a condividerne gli obiettivi, i destini: vorrebbero poter partecipare anche alle decisioni aziendali (68,9%), ne sottolineano la qualità oltre la mera dimensione economica. Perché un’impresa è soprattutto un valore sociale, per sé e per il territorio (91,6%). In questo senso, i lavoratori si presentano “oltre” la tradizionale idea di classe, sono post-ideologici e caratterizzati da una forte soggettività. In fondo, si è esaurita – e non da oggi – quella fase storica in cui il lavoro aveva assunto una connotazione quasi ideologica, come rilevava già negli anni ’80 Aris Accornero, e la classe operaia costituiva il punto nevralgico. La dimensione della flessibilità e dell’investimento nell’impresa, la partecipazione e il coinvolgimento nei luoghi dove si opera, così come il clima relazionale, oggi costituiscono aspetti fondamentali per le persone. Con questo non si vuol sostenere – parafrasando il titolo del famoso film di Petri – che la classe operaia viva in un paradiso. In questi decenni, sono intervenute metamorfosi non solo nelle organizzazioni del lavoro, come sottolineava il Ministro Poletti qualche giorno fa, ma anche nelle culture e negli orientamenti dei lavoratori. Tuttavia, fatichiamo a vederle e analizzarle. Perché abbiamo focalizzato l’attenzione e il dibattito pubblico esclusivamente attorno alle regole e ai meccanismi di funzionamento del mercato del lavoro: il Pacchetto Treu, la riforma del compianto Biagi, il Jobs Act del Governo Renzi. Sui temi del lavoro è calata una coltre spesso ideologica, ancorata a visioni e a condizioni dell’epoca fordista, in cui i “diritti” rimangono quasi cristallizzati e non vengono declinati con i mutamenti organizzativi e culturali intervenuti negli anni; dove l’idea di “occupabilità” con le sue necessarie coniugazioni fatica a concretizzarsi. Così, il risultato finale è una discussione pubblica divisiva, un’incapacità di fondo nel mettere a fuoco i fenomeni, e la persistenza di vecchi stereotipi.

All’interno di tale quadro, emerge però un aspetto problematico: il prestigio sociale attribuito alle professioni. Le mansioni manuali (come operaio, contadino) sono collocate al fondo di una classifica ideale, dove peraltro il manager primeggia sull’imprenditore. L’idea di lavorare in un’industria si colloca fra i luoghi di lavoro meno ambiti. Viene confermata l’idea che il lavoro manuale e la fabbrica hanno una connotazione negativa nell’immaginario collettivo: c’è una perdita di valore sociale. Qui si pone un problema di rappresentazione e comunicazione. Solo 30 anni fa, lavorare in fabbrica e fare l’operaio aveva uno status sociale elevato, al punto che la contrattazione nazionale delle categorie era conseguente a quanto si decideva fra i metalmeccanici. Per tornare ad avere un prestigio sociale adeguato, è necessario raccontare la metamorfosi intervenuta fra i lavoratori, nei lavori e nelle industrie.


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