Angela Merkel un enigma nel cuore dellEuropa

Integralisti, io vi odio

Quando ero piccola, in Marocco, imparavamo il Corano a scuola. Parte del pomeriggio era dedicata a recitare a memoria alcuni passaggi del libro sacro. A dir la verità, ho dimenticato quasi tutto. Ricordo solo qualche litania, di cui non conosco neanche il significato. E non me ne importa niente. Quello che non ho mai dimenticato invece è il giorno in cui la nostra insegnante ci ha raccontato la storia del ragno che, per proteggere Maometto dai suoi nemici, aveva tessuto una ragnatela all’entrata della grotta in cui si era rifugiato il profeta. Avevo otto anni, dei genitori umanisti e amanti del dibattito. Mi sono alzata e ho detto: «Ma è impossibile! Un ragno non può fare una cosa del genere in così poco tempo». La maestra è venuta verso di me e mi ha dato uno schiaffo: «Dovresti vergognarti di insultare così Dio e il tuo profeta».

Quando sono tornata a casa, ho raccontato questa storia ai miei genitori. Ero sicura che mi avrebbero consolata, forse addirittura vendicata. Ma i miei genitori mi punirono. «Devi capire che a volte bisogna stare zitti. Non provocare. Tu hai il diritto di pensare quello che vuoi ma tienitelo per te. Con loro non si discute». I miei genitori amavano Voltaire e l’Illuminismo ma senza dubbio amavano ancora di più i propri figli. Avevano paura. Avevano torto.

Dopo il terribile massacro che Parigi ha vissuto, esitiamo a parlare, a scrivere. Soprattutto, non vogliamo dire delle sciocchezze, in un mondo che crepa già d’ignoranza e d’odio. Non fare la predica, nel momento in cui c’è chi lotta per restare in vita e altri hanno già pianto i loro morti. Cosa scrivere allora? Se proprio dobbiamo usare delle parole, assicuriamoci almeno che non siano vuote. Perché è anche di questo che si muore: di troppa freddezza, di troppi compromessi, di troppo cinismo. Il nostro mondo, e in particolare la nostra classe dirigente, manca di chiarezza, di coerenza, d’intransigenza. Dobbiamo renderci conto che la realpolitik non ci protegge. I nostri nemici ridono dei nostri calcoli, allo stesso tempo inutili e miserabili. Vogliono a tutti i costi il nostro annientamento. Morire per morire, sui tavoli di un ristorante o ascoltando la musica, a questo punto moriamo almeno difendendo fermamente le nostre convinzioni. Io non sono né una stratega né un’ideologa. Non so come si combatte una tale minaccia. Non ho soluzioni. Siamo tutti persi. Ma sono certa che bisogna più che mai credere nel nostro modo di vivere, nella nostra libertà, e lottare contro l’immonda ideologia dei nostri assassini. Noi lo dobbiamo a chi è stato ucciso. Io non ho che una sola cosa da dire ai barbari, ai terroristi, agli integralisti di tutti i tipi: io vi odio. Lo dobbiamo a noi stessi di restare integri, di essere brillanti. Di essere veramente francesi. Lo dobbiamo dire ai nostri presunti alleati sauditi, quatarioti e a tutti i paesi musulmani in cui ogni giorno conquistano terreno i conservatori, gli arretrati, i misogini. Dirlo a coloro che comprano le nostre armi, dormono nel confort dei nostri palazzi e sono accolti sulle scalinate delle nostre istituzioni. Come spiegare ai nostri bambini che combattiamo i barbari quando noi andiamo incontro a persone che crocifiggono gli oppositori e lapidano le donne? Come spiegargli che veniamo uccisi per i nostri valori di libertà, di femminismo, di tolleranza, d’amore della vita umana, quando noi stessi ci riveliamo incapaci di difendere questi valori? Smettiamola di nasconderci dietro a un finto rispetto delle culture, dietro a un disgustoso relativismo che non è che la maschera della nostra viltà, del nostro cinismo e della nostra impotenza. Io, nata musulmana, marocchina e francese, ve lo dico: la sharia mi fa vomitare.

Non sono mai stata nazionalista o religiosa. Ho sempre rifuggito i movimenti gregari. Ma Parigi è la mia patria dal giorno in cui ci sono venuta ad abitare. È qui che sono diventata una donna libera, che ho amato, che sono stata ubriaca, che ho conosciuto la felicità, che ho avuto accesso all’arte, alla musica, alla bellezza. A Parigi ho imparato la passione del vivere. «Che una tale città – scriveva Victor Hugo – che un tale capoluogo, una tale fonte di luce, centro di spiriti, cuori e anime, che un tale cervello del pensiero universale possa essere violentato, fatto a pezzi, preso d’assalto, da chi? Da una selvaggia invasione? Questo non può accadere. Non accadrà. Mai, mai, mai! Parigi trionferà, ma a una condizione: ovvero che voi, io, noi tutti assieme che siamo qui, diventiamo una cosa sola e un solo cittadino, un solo cittadino per amare Parigi, un solo soldato

per difenderla».

Oggi più che mai mi rendo conto della bellezza della mia città. Questa città, non la cambierei con nessuno dei paradisi che i pazzi di Dio promettono. Le vostre fontane di latte e di miele non valgono la Senna. Parigi, per cui io sarò un soldato. Parigi, che è tutto quello che voi odiate. Un mélange sensuale e incantevole di lingue, carnagioni e religioni. Parigi dove ci si bacia appassionatamente sulle panchine, dove in fondo a un caffè possiamo ascoltare una famiglia dividersi per delle opinioni politiche e finire la propria serata brindando all’amore. Questa notte i nostri teatri, le nostre biblioteche, i nostri musei sono chiusi. Ma domani apriranno di nuovo e saremo noi, enfants de la patrie, miscredenti, infedeli, semplici flanêurs, adoratori d’idoli, bevitori di birra, libertini, umanisti,

a scrivere la storia.


[Numero: 4]