Mi annoio dunque sono

I miei burattini camminano per strada

Io mi vergogno un po’ a fare il gioco delle macchine. Infatti non lo dico a nessuno che lo faccio. Forse è un gioco da piccolo e io vado in prima media, forse sono troppo grande per divertirmi in questo modo.

Per fare il gioco delle macchine non serve niente, solo le macchine. Basta una finestra e, se non fa freddo un terrazzo, pure un terrazzo stretto, a un posto solo.

Ci starei le ore. Le ore, insomma, almeno le mezzore, le decine di tempo o che ne so. Mia madre non vuole, si preoccupa. Dice che sembro uno scemo a stare lì fermo a guardare giù.

Le macchine sono belle e creano paesaggi veri e bugiardi. Alcune bugie mi piacciono, sanno fare compagnia. Faccio finta di essere la macchina, o il guidatore, o la strada. Se, per esempio, passa una macchina rossa, plano fino al volante e divento il Cavaliere di Ferro Rosso. Il volante può diventare redini moderne che ordinano alla strada di imbizzarrirsi e di farmi fare una specie di volo meccanico.

I camion poi possono essere mostri buoni o cattivi. A me piace essere sia buono che cattivo, mi piace combattere con le luci dei fari, farli diventare carri antichi che diventano carovane fin dentro il mistero o astronavi di coraggio futuro.

I miei amici mi direbbero scemo che sei che non giochi alla Play o a Nintendo, ma io ci gioco pure, solo poco. Mio padre non vuole: con i giochini, dice lui, la vittoria non ti serve a niente. La vittoria vera funziona a scuola, a sport, a musica, a inglese.

È nella vita vera che devi vincere, mi dice.

E se io mi scocciassi di vincere? Ho un segreto, arrivare primo mi imbarazza quasi come arrivare ultimo. Se arrivo primo mi sento lontano da tutti, se arrivo ultimo mi sento preda di tutti. Spesso preferisco stare nel mezzo.

Mia madre dice che sciupare le opportunità con la noia è uno spreco che non conosce perdono. Poi dice è colpa mia, forse non ti ho portato abbastanza di qua o di là, forse volevi un fratello o una sorella con cui dividere i giorni. Forse volevi… non lo sa nemmeno lei cosa dovrei volere. Le rispondo io non mi scoccio, mamma. Non so nemmeno cos’è la noia. Forse per lei la noia è quando sto fermo davanti alla finestra. Macché noia, la strada è un palcoscenico di legno e le macchine sono i burattini comandati da un filo mio. Un filo trasparente che lega o scioglie, che fa venire quel prurito di felicità di un tempo che ha perso le mezzore, le decine e i minuti.

Forse per lei la noia è quando penso, non lo so. Mia madre detesta il traffico del cavalcavia. Quando mi viene a prendere a scuola, dopo il tempo lungo, per portarmi a nuoto che fa bene a tutte le parti di me (questo lo dice lei), si arrabbia con il traffico del cavalcavia. È orario di uscita e tutti stanno fermi in fila, così mi passa il panino della merenda e dice ma dove andranno tutti? Mentre lei protesta con la perdita di tempo, io mi consolo. Spengo la testa che deve imparare sempre e, se sono fortunato, succede il gioco delle macchine. No, perché non lo posso decidere completamente da solo. Lui, il gioco, succede, non so spiegarlo bene, arriva e mi dice facciamo che? E io faccio che.

Io un giorno, quando sono più forte, glielo dico che si stanno sbagliando loro.

Che la noia non esiste, che se la inventano. Forse riescono a cambiare gioco.


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