Secondo me Allah dirà Tagliate loro la testa

Elaborare le emozioni: anche questa è scuola

Il lunedì dopo le stragi i ragazzi della terza sapevano già tutto, alcuni in modo più preciso, altri più confuso, in ogni caso io ho soltanto riassunto i fatti in termini sintetici, senza prima dare chiavi di lettura.

A quel punto ho fatto loro due domande - sul perché di quello che è successo e sul che cosa si dovrebbe fare - e le ho lasciate sulla lavagna, prendendo nota delle risposte che arrivavano.

Alla fine ho chiesto loro di partecipare a una sorta di sondaggio per vedere quali fossero le opinioni che raccoglievano più consensi.

Alla domanda «Perché hanno compiuto questi attentati?» la maggioranza ha risposto «Perché vogliono farci paura», poi «Perché vogliono toglierci la libertà» e, a pari merito, «Perché alcuni interpretano male il Corano» e «Perché l’Europa è un continente cristiano».

Alla domanda «Che cosa dovrebbe fare la Francia/l’Europa/noi?» la maggioranza ha risposto «Organizzare una coalizione di Stati anti-Isis» e «Ripensare la gestione dell’immigrazione», ma per molti la soluzione è: «Togliere le forniture di armi e finanziamenti». Leggermente minoritari quelli convinti che si debba per forza «Fare la guerra» o «Cercare la comunicazione/dialogare perché è una questione educativa».

Per concludere il lavoro abbiamo poi fatto un giochino sulle emozioni che hanno suscitato in loro gli attentati. Ne ho scritte una dozzina alla lavagna, in ordine sparso, dal nero della “vendetta” al bianco del “perdono”, e in mezzo tutta la scala dei grigi.

Le risposte date più in fretta sono state di reazione forte all’aggressione (vendetta, rabbia, indignazione), quelle arrivate dopo un momento di riflessione sono state invece più pacate (tristezza, compassione, smarrimento, inquietudine, paura) e il contrasto ha suscitato accese discussioni tra i ragazzi stessi.

Sia il sondaggio sia il gioco hanno infatti confermato come certe risposte e emozioni non siano istintive ma debbano essere frutto di una elaborazione.

I ragazzi, comunque, a casa ne parlano e riflettono, alcuni mi dicono con sincerità «Prof, a casa mi dicono così, ma io la penso cosà». È evidente che sul tema c’è confusione e i più giovani hanno bisogno di informazioni precise, ma la scuola serve anche a questo.


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