Secondo me Allah dirà Tagliate loro la testa

E con una pedata nel sedere finì la Guerra dei bottoni

Tutti avevano le tasche piene di sassi, alcuni ne avevano anche una provvista nel berretto o nel fazzoletto; i frombolieri verificarono con ogni cura i nodi delle loro armi; la maggioranza dei grandi era armata di randelli di spino o di lance di nocciolo, i nodi politi alla fiamma, le punte indurite. Alcune di queste lance erano adorne di ingenui disegni ottenuti incidendo la corteccia: anelli verdi e anelli bianchi s’alternavano a formare strisce zebrate o tatuaggi da negro. Una roba solida e bella, insomma, diceva Boulot (dai gusti magari non così fini come la punta della sua lancia). Dopo la presa di contatto delle avanguardie a base di bordate reciproche d’insulti con relativo e regolare scambio di sassate, si passò allo scontro fra il grosso dei due eserciti. A cinquanta metri di distanza gli uni dagli altri, disseminati come franchi tiratori, ora nascosti dietro a un cespuglio, ora saltando a destra e a manca per schivare i proiettili, gli avversari si sfidavano, s’ingiuriavano, s’invitavano reciprocamente a farsi sotto, si davano del vile o del cacasotto; poi scambiata una gragnola di colpi, ricominciavano da principio. Mancava, però, l’attacco coordinato, di massa: ora erano i velransesi ad avere la meglio, ora i longevernesi a portarsi in vantaggio con una puntata ardita, i randelli al vento: presto, però, era il ripiegamento di una o dell’altra parte, impedita ad avanzare da una grandine di sassi. Un velransese, presa una sassata alla caviglia, aveva riguadagnato il bosco zoppicando; fra quelli di Longeverne, Camus, che, a cavalcioni del suo ramo di quercia, maneggiava la fionda con destrezza formidabile, non aveva saputo schivare una quadrella tiratagli da un velransese (il Touegueule, pensava), che gli aveva fatto sanguinare la zucca. Così aveva dovuto scendere, in cerca di un fazzoletto per medicare la ferita.

[...] Si fece le risate matte, fra sé e sé, quando vide Migue la Lune e due altri velransesi concertare (forti del tre contro uno) un attacco combinato contro di lui. Egli seguitò dunque ad avanzare imprudentemente, mentre i tre gli si buttavano alle calcagna. In quel momento, Lebrac lanciò un vigoroso attacco per tenere occupato il grosso dell’armata nemica, e Tintin, che seguiva la manovra dal suo cespuglio, preparò i suoi uomini all’azione con un: «Attenzione, ragazzi, che arrivano!» [...]

«Tutti addosso a Migue la Lune!» fu il suo ordine.

E tutto andò liscio come l’olio. I tre nemici, paralizzati dalla paura di fronte alla mossa inattesa, s’arrestarono di netto, s’accapigliarono a tutta forza nel tentativo di riguadagnare le loro linee, e riuscirono a svincolarsi. Migue la Lune, invece, immobilizzato da sei paia di braccia, fu impacchettato e portato nel campo di Longeverne, fra le acclamazioni e gli urli di guerra dei vincitori.

Per l’armata di Velrans, fu lo scompiglio e la ritirata nel bosco, mentre i longevernesi, circondato il prigioniero, mandavano ruggiti di vittoria. Migue la Lune, circondato da una quadruplice schiera di guardie, si dibatteva appena, schiacciato dall’onta.

«E così, bello mio, ci siam fatti pizzicare, eh?» fece sinistramente il grande Lebrac.

«Adesso ti faremo vedere una cosuccia o due!»

«Pe… Pe… Per favore, non fatemi del male!» si mise a balbettare Migue la Lune.

«Eh, già, così te poi torni a darci dei bigoli e dei balle di palta, vero?»

«Non sono stato io, non sono stato io! O diosanto, ma che volete farmi?»

«Portatemi il coltello» comandò Lebrac. [...]

E impugnato l’arnese, Lebrac affrontò la sua vittima. Per cominciare, passò il dorso del coltello sulle orecchie di Migue la Lune (il quale, sentendo il freddo del metallo e credendo di venir tagliato sul serio, si mise a singhiozzare e a urlare); quindi, soddisfatto dell’esperimento, si fermò e si diede da fare a “dargli una ritoccatina”, come diceva, al vestito. Partendo dal camiciotto, si mise a strappare i ganci del colletto, quindi tagliò i bottoni delle maniche, quelli sul davanti, e tutte le asole; dopodichè fu Camus a far saltare il capo d’abbigliamento ormai divenuto inutile. I bottoni della maglia, e relative asole, subirono la medesima sorte: né vi sfuggirono le bretelle, sicché fu fatta saltare anche la maglia. Poi fu la volta della camicia: dal collo rigido alle maniche, non un bottone né un’asola furono risparmiati.

Indi furono ridotti a brandelli i calzoni: pezze, fibbie, tasche, bottoni, asole: nulla scappò. Le giarrettiere elastiche reggicalze finirono confiscate: le stringhe delle scarpe, invece, tagliate in trentasei pezzi.

«Niente mutande, allora?» riprese Lebrac controllando l’interno dei pantaloni caduti alle caviglie «Bene: sloggiare, adesso, aria!» Disse; e quale un onesto giurato che in regime repubblicano, senz’odio e senza tema, obbedisca unicamente alle ingiunzioni della propria coscienza, gli rifilò, per finire, semplicemente una pedata, robusta e vigorosa, nel luogo in cui la schiena perde tale nome. [...]


[Numero: 5]