Angela Merkel un enigma nel cuore dellEuropa

Dopo Parigi sarà più difficile

V

entisei anni fa, esattamente nel novembre 1989, ero seduto in casa di mio nonno a Damasco a guardare il telegiornale. All’improvviso vidi la scena di giovani in piedi sopra un muro, uno di loro prese un martello e cominciò ad abbatterlo. Erano a Berlino, vicino alla porta di Brandeburgo. Avevo 11 anni, e immaginavo di essere anche io lì, in mezzo a quella folla, con la sensazione di stringere la libertà fra le mani, e avere così la forza di buttare giù quel muro. Non sapevo niente della Germania allora, non sapevo neanche che le immagini venissero da lì, né cosa stesse succedendo esattamente, ma capivo che si stava aprendo un cancello, e che il vento che si stava liberando avrebbe portato il cambiamento nel mondo intero.

Erano passati più di vent’anni da quel momento, quando nel 2014, sempre a novembre, mi sono trovato in piedi nello stesso punto, accanto alla porta di Brandeburgo, a gridare contro il razzismo, contro Pegida, a favore della libertà e della vita, a Berlino. Oggi mi congratulo con il popolo tedesco per la libertà conquistata 26 anni fa, e auguro a tutti i siriani della diaspora di demolire i muri di odio eretti al loro stesso interno, e di raggiungere la libertà che vogliono. La Germania è un buon esempio per i siriani che vogliono imparare a ricostruire un Paese distrutto dall’odio e dall’egoismo.

Ma oggi è ancora novembre, il novembre che ha visto Parigi sotto attacco: non sono in grado di dire se la scelta del momento sia una coincidenza o il frutto di una volontà precisa. Ma non riesco a non pensare che tra gli obiettivi dei terroristi ci sia anche quello di rendere più difficile, ai rifugiati siriani, la possibilità di vivere in Europa. Odio odiare, odio la guerra e il terrorismo, mi piace vedere le persone che vivono in pace, condividendo conoscenze e scambiandosi esperienze, mi piace vivere. Non sono riuscito a chiudere occhio quella notte, e penso che nessun siriano in Europa ne sia stato capace: dal momento in cui un passaporto siriano è stato trovato sul luogo degli attacchi, tutti i rifugiati siriani sono diventati sospetti, specialmente quelli provenienti dalla Grecia e dalla Serbia. Ho scritto un post su Facebook quella notte, che in poco tempo ha raggiunto migliaia di siriani:

«Cari siriani in Germania e in tutta Europa, dopo tutte queste vittime e tutto questo terrore a Parigi, già da domani, tutti coloro che sono contrari alla nostra esistenza qui in Europa alzeranno più forte la voce, si faranno sentire sui media puntando il dito contro di noi e sostenendo che siamo venuti qui a portare la guerra, e l’Islam sarà accusato direttamente, nella misura in cui è la religione della maggior parte di noi.

Penso che la cosa migliore da fare sia mantenere la calma durante le discussioni, per quanto possibile, evitare incontri con esponenti delle destre, evitare di reagire a chiunque ci attacchi in pubblico o in privato, sia esso un vicino di casa o un passeggero sull’autobus. Non dobbiamo raccogliere le provocazioni, dopo gli attacchi di Parigi si apre per noi una grande sfida: ci sono state centinaia di vittima, è l’ora di mostrare la nostra solidarietà e il nostro secco rifiuto per qualsiasi atto di terrorismo da qualsiasi parte in qualsiasi posto nel mondo».

Sono triste per il mio popolo in Siria, e sono triste per qualsiasi essere umano sia costretto a subire la paura. Quello che hanno vissuto i parigini il 13 novembre è ciò che le persone si trovano ad affrontare in Siria ogni singolo giorno, ogni ora e ogni momento. So cosa provano i familiari delle vittime e come si sentono adesso. Si sentono come un siriano. Non auguro a nessuno di sentirsi triste come sono io in questo momento.

La strada per l’integrazione è una strada complicata: vorrei vedere nel prossimo futuro media tedeschi ed europei che parlino l’arabo. Attualmente in Germania abbiamo Deutsche Welle in lingua araba, ma è un canale di notizie che parla del Medio Oriente alle persone che vivono in Medio Oriente, mentre io immagino un canale arabo che parli di Germania a chi ci vive. L’arabo è parte della cultura europea ora, non riesco più a vederlo come una lingua straniera in Europa, soprattutto nelle grandi città come Berlino, Parigi e Londra. È giusto che chiunque viva in Germania parli la lingua tedesca, e prima o poi tutti la parleremo. Ma resterà sempre, in ogni arabo, un desiderio, la nostalgia di un contatto con la sua cultura d’origine, e grazie ai media, il mantenimento di questo legame è possibile. Non va sottovalutato il cattivo effetto che molti media arabi hanno sulle menti di chi li vede o li ascolta, qualsiasi giornalista o politico attento è in grado di misurare l’avanzata di molto materiale di odio, che spinge le persone all’odio reciproco. Dovremmo lavorare insieme su questo, europei e immigrati, per creare una rete europea di media in grado di parlare a tutti e in grado di soddisfare la conoscenza di tutti in modo sufficiente e adeguato.

Una delle ragioni per cui le persone non esercitano i loro diritti e non esprimono le loro potenzialità risiede proprio nell’ignoranza e nella mancanza di informazioni adeguate. Si susseguono le voci di chi parla di integrazione come se fosse una misura tra le tante da applicare: «i rifugiati devono essere integrati rapidamente nella comunità europea» . Sì, è un fatto, i rifugiati e gli immigrati si devono integrare alla svelta, ma ci si chiede anche quanto possa essere difficile “integrarsi alla svelta”? L’informazione è l’arma più potente che abbiamo contro l’ignoranza e l’isolamento che l’ignoranza comporta. Cominciamo a usarla, da adesso.


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