Angela Merkel un enigma nel cuore dellEuropa

Dieci anni sono troppi la leadership è scaduta

L’ostinato rifiuto di Angela Merkel di stabilire un limite massimo agli arrivi dei profughi è un errore. E «nessuno scambi la testardaggine della cancelliera per coraggio: è una donna che naviga a vista, senza un piano» e che dovrebbe dimettersi prima della fine del suo mandato. La «parabola discendente» della sua carriera sta provocando un pericoloso baratro tra la società e lo Stato: «sta lacerando il suo partito», trasformato in questi anni, secondo Michael Stürmer «in un secondo partito socialdemocratico, un po’ più cattolico». Ma la cancelliera sta anche «minando la fiducia dei tedeschi nello Stato». Ed è anche sua la responsabilità di aver svuotato l’orizzonte della Cdu: «ha eliminato ogni rivale, ormai è cancelliera “di default”».

Questi affondi contro Angela Merkel provengono, si direbbe in gergo militare, da “fuoco amico”. Michael Stürmer ha dedicato una vita intera alla missione di restituire ai tedeschi un senso della patria - negli anni Ottanta è stato uno dei protagonisti della grande controversia tra gli storici sul nazismo, l’Historikerstreit - ed è tuttora un intellettuale di punta dei conservatori, editorialista principe del quotidiano Die Welt e acuto analista politico. Per anni, Helmut Kohl lo ha voluto tra i suoi consiglieri e gli ha fatto scrivere i suoi discorsi. Ma della “ragazza” del cancelliere della Riunificazione, lo storico ha un’idea poco lusinghiera, dopo essere stato inizialmente un suo grande sostenitore.

Con Stürmer vale la pena tentare di inserire Merkel in una cornice più ampia - domenica scorsa ha festeggiato i dieci anni del suo cancellierato. Lo intercettiamo al telefono, mentre è in viaggio. Per l’intervista ci chiede di aspettare qualche minuto in più, il tempo di farlo sedere su una poltrona, di non strappargli parole affrettate, all’uscita da un taxi.

Ma una volta seduto, le parole diventano pietre.

E’ troppo presto per un bilancio?

«No, anzi. Tempo fa l’Economist scrisse che dopo dieci anni qualsiasi leader diventa un problema. È stato così per Margaret Thatcher, è stato così per Helmut Kohl, che al decimo anno da cancelliere chiedeva più fedeltà di quanta non ne concedesse. Credo che allo scoccare del decimo anno qualsiasi leader si dovrebbe domandare se è più parte del problema o della soluzione».

E Merkel è più il problema, adesso?

«Indubbiamente».

Qualcuno pensa che con la svolta sui profughi la cancelliera stia mostrando un po’ di visione. È d’accordo?

«No, Merkel non ha alcuna visione. È una scienziata, una fisica.

Una volta scrissi che “navigava a vista”. Lei mi citò. Ma non era un complimento. Volevo dire tende a procedere senza un piano.

E anche sui profughi non ha un piano, non ha capito minimamente l’effetto che avrebbero avuto le sue parole sui popoli di disperati,

di perseguitati o di ultimi della terra. E l’errore ulteriore è stato lanciare quel messaggio senza prima parlarne con i partner europei».

E non c’è alcuna differenza col passato?

«Non è sempre stata così priva di un piano, ma è stata sempre cauta. È una donna che tende a guardare a destra e a sinistra, prima di muoversi, che cerca di considerare ogni aspetto. Anche dal punto di vista linguistico è cauta. All’inizio degli anni Novanta, quando Bill Clinton disse “I feel your pain” a proposito della tragedia dell’Aids, milioni di americani gli credettero. Nel caso di Merkel, non è così. Non è capace».

In effetti, il tema della mancanza di empatia è emerso spesso nel caso di Angela Merkel. Quest’estate si è parlato molto della bambina palestinese che affrontò una cancelliera fredda, impassibile dinanzi alle sue lacrime.

«Esattamente. Non è una persona empatica, non è creativa,

non è coraggiosa, né temeraria. Quello che oggi, sulla questione

dei profughi, molti scambiano per coraggio, è testardaggine. Bisogna chiedersi seriamente come limitare i flussi, renderli sostenibili, distinguere chi ha diritto all’asilo e chi no.

Ma bisogna chiedersi anche chi consiglia Merkel,

se si prende il tempo di leggere i giornali regionali, che raccontano le difficoltà di assorbire tutti questi rifugiati a livello territoriale.

Per non dire di quanto è allarmante l’umore in Parlamento:

molti nella Cdu/Csu si pongono seriamente il problema

della loro rieleggibilità, con questi sondaggi a picco».

Qualcuno, in effetti, ha calcolato che una sessantina di parlamentari sono entrati nel 2013 al Bundestag proprio grazie all’effetto-Merkel, al fatto che lei abbia fatto arrivare la Cdu/Csu quasi alla maggioranza assoluta dei seggi, tenendo fuori

dal parlamento liberali a anti euro Afd. Sembra la fine

di un percorso lungo, durante il quale la cancelliera ha occupato un “grande centro” sempre più ampio, mangiandosi i liberali,

ma anche la Spd, rosicchiando consenso a destra e a sinistra

della Cdu/Csu. O no?

«È semplice: Merkel ha creato un secondo partito socialdemocratico, un po’ più cattolico. Nel caso di Afd il rischio è che superi il 10%. Tutto ciò costerà alla politica tedesca la stabilità e avrà effetti pesanti anche per i conservatori, ne metterà in discussione la leadership».

Che vuol dire? «Il partito sarà costretto a tatticismi, dovrà continuare a fare grandi coalizioni con i suoi compromessi infiniti, e rappresenterà il nulla. Questo va bene in anni di vacche grasse. Ma non va bene se ci proiettiamo sul futuro e immaginiamo i problemi che ci troveremo ad affrontare nei prossimi anni».

In conclusione, Merkel è su una parabola discendente? Stürmer fa una piccola pausa «Questo del terrorismo internazionale e del dramma dei profughi è un “defining moment” per lei. Però io penso che i suoi migliori anni siano alle spalle. Lo si capisce da due fatti gravi: l’inquietudine nel suo partito e nel Paese. Non è solo per il terrorismo: è per questa sensazione che gli argini siano rotti. La gente non si sente più protetta dallo Stato. Sa, qui in Germania, anche se le persone non hanno mai sentito parlare di Thomas Hobbes o David Hume, sanno che lo Stato deve loro protezione, mentre loro devono allo Stato la fedeltà. Ma se la cancelliera si mostra quasi più fedele ai profughi che ai suoi cittadini, è un brutto segnale, può essere davvero la fine della sua parabola».

In queste ultime settimane sono emerse voci su un suo abbandono prima della fine della legislatura. Il partito potrebbe costringerla a lasciare lo scettro a Wolfgang Schaeuble, lei ci crede?

«Anzitutto, dovrebbe lasciare prima della scadenza, proprio perché sta creando questo baratro tra cittadini e Stato. Ma non avverrà. Angela Merkel è una cancelliera “di default”. Ogni candidato alla successione interessante, come Roland Koch, lo ha fatto fuori. Schaeuble è un politico con un forte senso di responsabilità e dello Stato: la sostituirebbe solo se la cosa gli venisse offerta su un piatto d’argento. Credo che Merkel sarà cancelliera ancora a lungo. Ma la sua leadership sta andando nella direzione sbagliata».


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