Se otto ore vi sembran troppe

Contro il paese dei furbi accettate di farvi valutare

Meritocrazia, flessibilità, rappresentanza, salari, sciopero: cinque parole-chiave che appartengono

per tradizione al lessico forte del sindacato, ma che in questi ultimi anni hanno perso

la loro originaria fisionomia per trasformarsi, ognuna e tutte insieme, in un dibattito a sè.

A modificarne l’accezione sono stati innanzitutto i parlanti, coloro che usandole in un contesto sociale

mutevole come quello contemporaneo, ne hanno estratto non solo diverse sfumature

politiche, ma anche potenzialità concettuali inespresse. Le abbiamo scelte, isolate, analizzate,

con l’intenzione di partecipare alla formazione di un vocabolario sociale che sia in linea con le sfide

e i cambiamenti della realtà in cui viviamo, e lavoriamo.

Invocata e apprezzata a parole ma troppo spesso rifiutata nei fatti, la meritocrazia in Italia ha sempre stentato ad affermarsi. Si è iniziato a parlarne anni fa, come metodo per combattere sistemi di assunzione e promozione basati su amicizie, clientele, a volte persino corruzione. Sistemi che emarginano gli outsider, costringendoli a carriere monche o a cercare fortuna all’estero.

Ma perchè è così difficile introdurre la meritocrazia a casa nostra? Perchè implica alcune condizioni indigeste ai più. Innanzitutto richiede procedure di valutazione dei risultati, cosa che da sempre incontra ostacoli enormi nel nostro Paese. Basta ricordare le reazioni all’introduzione nelle scuole dei test Invalsi per valutare la preparazione dei ragazzi. Proteste, scioperi e persino boicottaggi. O le reazioni più recenti ai criteri di valutazione introdotti dalla Buona Scuola. Contestazioni e scioperi indetti, guarda un po’, nei giorni dei test Invalsi. I professoroni universitari non hanno brillato per maggior lungimiranza quando nel 2012, dovendo indicare una lista di riviste scientifiche le cui pubblicazioni potessero dare punteggio per i concorsi, partorirono una lista che includeva riviste di costume e società, quotidiani, bollettini della propria associazione professionale o ricreativa.

Il secondo elemento delle meritocrazie è il principio per cui a migliori risultati corrispondono migliori retribuzioni o benefit. Principio difficile da implementare in Italia, ove carriere e stipendi sono legati all’anzianità, e dove ogni tentativo di differenziarli sulla base dei risultati, soprattutto nel settore pubblico, è fallito miseramente. Perchè in Italia il principio dell’uguaglianza è inteso come uguaglianza del punto di arrivo e non delle opportunità di partenza. Fa molto più indignare un top manager che guadagna un milione che due milioni e mezzo di bambini in povertà assoluta. E quindi la meritocrazia si allontana sempre più, perchè la sua terza e fondamentale condizione è invece proprio questa: garantire a tutti pari opportunità di accesso a servizi di istruzione, formazione e sanità efficienti e di alto livello. Servizi che si preoccupino del benessere dei cittadini e non solo del timore di essere valutati di chi ci lavora.

Siamo dunque senza speranza? No. Cambiare si può, e alcune cose sono già cambiate. Nonostante le proteste iniziali oggi tutte le scuole italiane hanno compilato e reso pubbliche le loro autovalutazioni (basate su criteri oggettivi definiti dal Ministero). La lista delle riviste scientifiche è stata via via corretta e oggi i docenti universitari sono valutati secondo criteri più rigorosi che in passato. Cambiare si può, basta capire che l’unico modo per restituire dignità al nostro paese e un futuro ai giovani non è lottare contro la presunta arroganza di chi vuole valutarci, ma contro l’arroganza di chi, sottraendovisi sempre, non solo impedisce il realizzarsi della “meritocrazia”, ma consegna il Paese alla “furbocrazia” di chi riesce a campare sulle spalle di quelli che lavorano anche per loro.


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