Se otto ore vi sembran troppe

Confindustria e sindacati la crisi è la stessa

Tutto è cominciato con l’euro. Non si fa più politica dei redditi, perché tutto è deciso a Bruxelles e Francoforte, e questo ha fatto perdere a sindacati e Confindustria molto del loro potere, a cominciare dalla possibilità di incidere direttamente sulle scelte di politica economica dei governi. Si parla così di crisi dei “corpi intermedi”, quelle formazioni che rappresentano i vari settori della società e sono chiamate a mediare con le politiche dei governi. Secondo Innocenzo Cipolletta, manager ed economista, oggi presidente di Ubs sim e dell’Università di Trento, ma per dieci anni direttore generale della Confindustria e poi presidente delle Fs, la crisi dei corpi intermedi inizia così. «Peccato – spiega - perché di loro ne avremmo bisogno. Mentre invece vedo con dispiacere che non riescono a tenere, innanzitutto perché continuano a ragionare e muoversi come una volta. Sono molto rigidi. Hanno perso il loro ruolo e faticano a trovarne uno nuovo».

Ma servono ancora sindacati e associazioni d’impresa, quando oggi a Renzi basta un tweet per scavalcarli e parlare direttamente all’operaio, al commerciante e all’imprenditore?
«Sicuramente il presidente del consiglio sta disintermediando più dei suoi predecessori. Però attenzione: il rapporto diretto ha tanti vantaggi, ma ha pure tanti svantaggi. Perché se inizio a perdere il contatto coi cittadini, come è avvenuto coi governi precedenti, poi rischio di non recuperarlo più. E i corpi intermedi hanno tanti difetti ma restano sempre uno strumento utile per capire se la gente mi sta davvero ascoltando».
Cosa si rischia?
«Il pericolo è quello di produrre un cortocircuito fra chi comanda e la popolazione, oppure di precipitare nel peronismo o in altre forme di governo per niente piacevoli. Per questo dico che i corpi intermedi servono ancora».
Quando è iniziata la loro crisi?
«La crisi è iniziata con l’ingresso dell’Italia nella moneta unica. Perché ha privato i due attori principali, le rappresentanze delle imprese e quelle dei lavoratori, di uno strumento forte di pressione sul governo quale il controllo dell’inflazione. Quando negli anni ‘70, ‘80 e ‘90 si discuteva dei contratti, i risultati di queste trattative avevano un’importanza macroeconomica, perché se si pagava troppo alla fine si rischiava di avere un tasso di inflazione troppo elevato. Che poi ci costringeva a svalutare la lira, con tutte le conseguenze del caso su cittadini e bilancio pubblico. Insomma era uno strumento forte per convincere i governi a intervenire, magari fiscalizzando gli oneri sociali o tagliando le tasse. Con l’ingresso nell’euro, a parte che oggi l’inflazione non c’è nemmeno più, la politica economica è invece dominata da Bruxelles e dalle scelte di politica monetaria della Bce. E questo ha eroso il ruolo delle parti sociali».
E qual è stata la loro reazione di fronte a ciò?
«Si è creato una specie di circolo vizioso: sindacati e associazioni di impresa hanno continuato a credere di avere ancora quel potere in mano, e quindi hanno continuato a pensare di poter pretendere dai governi certi risultati, fino a quando poi si sono trovati di fronte a una serie di no, ritrovandosi alla fine, in concreto, senza più alcun potere. Il risultato è che oggi il potere passa sempre di più alla singola azienda ed al lavoratore specifico, non più alla categoria. Anche perché ormai all’interno di un settore ci sono imprese che vanno bene ed imprese che vanno male».
Quindi non ha senso sindacati organizzati per categorie, chimici, tessili, meccanici, eccetera? E non ha più senso caricare tutto sui contratti nazionali?
«Non vale più una politica uguale per tutti, certo. E nell’industria basterebbe un solo grande sindacato. Il contratto nazionale vale sempre, a patto che non scenda troppo nei dettagli. Ma soprattutto io penso che si debba passare a contratti brevi, di durata annuale, un’ipotesi che vedo essere condivisa anche dal segretario della Fiom Landini. Continuare a programmare contratti che arrivano a tre, quattro anni non ha senso, perché non è possibile fare previsioni così a lungo termine. Si rischia di andare fuori misura e scoprire, come adesso che è crollata l’inflazione, di aver pagato troppo. Tra l’altro se si fanno accordi annuali si sdrammatizza molto la questione della contrattazione».
La “malattia” colpisce sia le associazioni d’impresa che i sindacati?
«Sì, è la stessa malattia, ma colpisce di più i sindacati, perché se non c’è contrattazione a loro non resta più niente da fare. Mentre Confindustria ha come missione quella di costruire un panorama economico favorevole alla crescita dell’impresa».
Quanto pesa la frantumazione del mercato del lavoro?
«Tanto. Il sindacato ha mantenuto gli obiettivi e le metodologie del passato in un mondo che sta cambiando. Non ha più il controllo dell’inflazione ma non ha nemmeno più il controllo dei lavoratori. Perché le carriere sono brevi e spezzettate e questo cambia totalmente il tipo di rappresentanza che deve essere fatta. E in questa chiave la formula del sindacato come quella attuale assomiglia molto di più a un partito politico che non ad una rappresentanza di interessi».
Anche i partiti mica se la passano bene...
«In un cambiamento forte come quello che stiamo vivendo in Italia e nel mondo intero, tutti i sistemi di rappresentanza hanno problemi. Perché nascono sulla base di interessi e convenienze accumulate nel passato e non riescono a trasformarsi e interpretare gli interessi del presente. Per questo nascono nuovi soggetti e nuovi personaggi politici. Basta guardare cosa succede in Spagna, in Francia e anche in Italia. Si tratta però di una transizione che può essere difficile, perché rischiamo di portare a rappresentarci persone incompetenti. E quello che fa più paura di questi nuovi soggetti è che non avendo una capacità selettiva possono includere personaggi che si iscrivono perché aderiscono a certe forme di protesta e poi magari si rivelano dei malfattori. Se uno vuole “fare affari” difficilmente entra in un partito strutturato e che fa selezione: è più facile entrare in un partito in via di costruzione. Di casi del genere ne abbiamo visti tanti in passato, dal partito socialista degli anni ‘80 sino alla Lega più di recente. Ora io mi auguro che questi fenomeni non si ripetano, ma il rischio c’è».
I corpi intermedi cosa dovrebbero fare per riallinearsi all’oggi?
«I sindacati dovrebbero essere più capaci di seguire gli interessi delle singole imprese, organizzandosi sempre di più su base aziendale. Mentre oggi in molti posti non sono presenti e in questo modo rischiano di perdere altro terreno. Confindustria, a sua volta, dovrebbe attrezzarsi per consentire alle aziende di gestirsi da sole i problemi sindacali. Ormai sia i lavoratori che le imprese hanno la capacità di dialogare: per cui oggi sia i sindacati che la Confindustria dovrebbero fornire informazioni e sostegno per favorire questo dialogo e non cercare di avocarlo a sé. Perché più fanno così e più perdono iscritti ed adesioni».

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