Mi annoio dunque sono

#boring: se lo facciamo insieme ci annoiamo meno

La noia dovrebbe essere un retaggio del tempo passato, di un tempo senza Internet, social media, videogame, streaming, shopping online; senza quella possibilità di accesso istantaneo ad informazione, consumo o intrattenimento che viviamo quotidianamente attraverso computer, tablet e soprattutto smartphone. Ma è proprio questa condizione di perenne possibilità di intrattenerci a rappresentare parte del problema poiché finisce per generare una forma di sovra-stimolazione continua a cui siamo assoggettati.

Siamo così pieni di possibilità di fruire di contenuti diversi in tempi rapidissimi che la nostra capacità di attenzione è diventata inferiore a quella di un pesce rosso. Come spiegato da una ricerca Microsoft la nostra capacità di multitasking, di operare su più fronti contemporaneamente, è migliorata negli anni ma la nostra capacità di rimanere focalizzati è diminuita. Se agli inizi degli anni 2000 la soglia di attenzione media era di 12 secondi oggi è scesa ad 8: quella di un pesce rosso è 9 secondi. Ma non si tratta di una degenerazione, semplicemente di un adattamento di coloro che hanno stili di vita digitali e che sono capaci di consumare e trattare più velocemente l’informazione. Di contro il nostro appetito aumenta e sentiamo continuamente il bisogno di passare a qualche cosa d’altro.

Una recente ricerca sui Millennials, la generazione che vive in condizione di maggiore stimolo tecno-culturale, mostra come un individuo su quattro (27%) sia stanco della televisione e si annoi quando cerca di addormentarsi (25%), mentre uno su sei (14%) è annoiato dai social media.

Il fatto di saturare la nostra vita con una fruizione sempre più rapida e mutevole, di abituarci a stimoli continui, rende sempre meno tollerabili attività che rallentano il ritmo. La lettura di un libro o di un articolo su un quotidiano, ad esempio, oppure la staticità di una riunione in ufficio o di una lezione a scuola, rappresentano una dilatazione nei nostri tempi e la necessità di un rallentamento rispetto allo stato di sovra-stimolazione cognitiva che rappresenta una condizione ormai stabile delle nostre vite.

Lo stesso vale per attività stimolanti che finiscono però per assumere una dimensione routinaria. Come quelle che pratichiamo in modo continuativo attraverso lo schermo di uno smartphone, tentando di colmare il vuoto prodotto dalla noia: ogni momento di silenzio, di solitudine, di spostamento può essere riempito da uno sguardo veloce e distratto delle notifiche, da uno scorsa delle timeline sui social media, dall’ascolto distratto di un brano musicale, da una partita ad uno dei numerosi videogame che scarichiamo. Si tratta di modi diversi di intrattenimento e distrazione ottenuti in maniere molto simili, coinvolgendo il nostro apparato bio-cognitivo attorno alla dimensione dello schermo e all’uso dei pollici. Il filosofo Michel Serres ha definito, fuori di retorica, “petite poucette”, pollicina, la generazione dei nostri nipoti la cui civilizzazione passa dall’accesso alle reti attraverso una capacità di manipolazione degli schermi che hanno acquisito attraverso le possibilità del touch screen.

Attività estremamente stimolanti ma che diventano noiose perché meno differenziate rispetto ad altre capaci di attivare il rapporto mente-corpo in modo variegato e complesso, come lo sport o gli hobby da tempo libero. O che diventano noiose quando si riducono, appunto, a semplici routine: l’uso medio della nostra connessione, il semplice scorrere il newsfeed su Facebook o buttare un’occhiata su Instagram scorrendo le schermate velocemente, ad esempio perché ci si annoia prima di addormentarsi, è un’ulteriore fattore di accrescimento di noia. In una ricerca della York University, John Eastwood spiega che quando la nostra attenzione è impegnata in modo attivo non siamo annoiati mentre lo siamo quando non riusciamo a produrre coinvolgimento, che in Rete significa essere stimolati dal fatto di stimolare gli altri: dalle conversazioni che alimentiamo attorno agli status, all’aggregarci attorno ad #hashtag sino alla capacità di spingere gli altri a reagire con like e condivisioni.

L’hashtag #boring conta quasi 6 milioni di post su Instagram. Come in un cortocircuito la noia diventa un oggetto da rappresentare e trattare nelle proprie reti sociali al fine da renderla un tema partecipativo, per poi passare a qualcos’altro per non annoiarci.


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