Chi ha paura del Mein Kampf

“Sono stata Eva Braun”

S i dice Eva Braun e ci si immagina un essere luciferino, circondato dall’aura che in genere accompagna le mogli-amanti dei personaggi più foschi e controversi della storia. È stata a fianco di Adolf Hitler dal 1929, quando era una ragazza di appena 17 anni, e lo ha seguito fino all’ultimo: nel 1945, poco prima di suicidarsi con lui, diventò sua moglie. «La donna più infelice del terzo Reich», l’hanno definita i biografi. «Una stupida», pensava Hitler di lei.

L’ultima a prestare il volto a Eva Braun è stata Katja Riemann, che ha interpretato al cinema Mein Führer, un film parodia di Dani Levy, e che poi è tornata a calcare le scene nella commedia Er ist wieder da, il film tratto dal bestseller di Timur Vermes (Lui è tornato, edito in Italia da Bompiani), in cui si ipotizza il risveglio di Hitler nella Berlino contemporanea. Qui Katja interpreta la producer di una trasmissione televisiva che fa del redivivo un ospite di punta, scambiato dai telespettatori per un comico esilarante e protagonista di imprevedibili impennate di ascolti. Il volto di Katja Riemann attraversa così i sentieri hitleriani più marginali, quelli delle parodie e delle comiche, perché adesso in Germania, su Hitler, si può scherzare. «Il film è comico, ma mentre lo giravamo sono successe cose drammatiche», ha detto Riemann in una lunga intervista alla Welt am Sonntag subito dopo l’uscita, a ottobre scorso. Hitler era finto, ma la Germania attraversata dalla troupe, dal Brandeburgo fino a Dresda, era quella vera.

E così è accaduto che in molti si avvicinassero all’attore protagonista Oliver Masucci in camicia bruna per sussurrargli alle orecchie cose irripetibili. «Masucci aveva un auricolare – racconta ancora Katja Riemann – e ogni tanto il regista Daniel Wendt gli suggeriva di chiedere a questo o quello cosa ne pensavano dei migranti. Beh, sono uscite fuori delle autentiche sconcezze, e la cosa ancora più incredibile è che il 99 per cento delle persone, alla domanda se erano disposte ad autorizzare una liberatoria sull’uso di quanto avevano detto in fase di registrazione, ha detto di sì!».

Non solo attrice, ma anche attivista per Amnesty International, Unicef e One, Katja Riemann ammette: «La Dunkeldeutschland esiste», il lato oscuro della Germania è ancora lì. Ma dove precisamente? Nella diffidenza nei confronti dello straniero, nel movimento di estrema destra Pegida, negli attacchi neonazi ai centri dei migranti? «Nell’odio, – dice Riemann – nelle tempeste di merda pubblicate sui social network in forma anonima, con lo stessa furiosa esaltazione delle fucilazioni di massa». Parole forti, rese tanto più incisive proprio perché a dirle non è un politico, ma una figura pubblica che ha fatto dell’empatia con gli altri il suo mestiere. Tra l’altro sa far ridere davvero, come quando nei panni di Eva Braun, con un Hitler impacciato che le premeva il corpo addosso, dice intimorita: «Non sento nulla, Mein Führer». Lui, con un ghigno, già pensando all’ Anschluss, rilancia: «Allora mi ingrandirò ancora...». E lei, riportandolo alla realtà: «Non sento ancora nulla, Mein Führer».

I tedeschi la amano anche per la fermezza, lo sguardo intelligente, l’assenza totale di sussiego, come quella volta che gelò il conduttore del seguitissimo talk show serale “Das”, in onda su Ndr. Lui propose immagini di lei bambina che esultava raggiante forse dopo una corsa all’aria aperta, e un’intervista alla sua maestra elementare, che ricordava Katja come una «ragazzina bionda e intelligente». «Trovo tutto questo molto penoso – osservò Riemann al termine della ricostruzione – E la prego, non mi chieda se mi riconosco in queste immagini, perché l’unica cosa che mi viene da dire è che mi vergogno». In studio calò il silenzio, e tutto il resto dell’intervista fu un susseguirsi di pause e sguardi attoniti da parte dell’intervistata, a domande che si facevano, per l’oscuro incantamento generato dall’imbarazzo, sempre più stupide e vuote.

Con la stessa andatura – fredda e drammatica allo stesso tempo – Katja Riemann ha chiesto alla politica di non limitare le sue visioni allo spazio di un hashtag: « È venuto il tempo di tornare sulle strade, non lasciamole a Pegida o ai neonazi. Darò il mio sostegno a una grande manifestazione di Ong che lanci un segnale di speranza agli stranieri in fuga da guerre e violenza, perché non voglio che la Willkommenkultur – la cultura del benvenuto – resti solo un titolo di giornale». Altro che Eva.


[Numero: 7]