Chi ha paura del Mein Kampf

Hitler, perché non possiamo non dirti “fratello”

Se non ci toccasse assistere al continuo orrore delle vittime che la fatale vita interiore di quest’uomo miete, se non dovessimo assistere alle devastazioni morali che ne derivano, sarebbe più facile confessare che il fenomeno della sua esistenza ci affascina. E tuttavia non si può evitare di farlo: nessuno può evitare di avere a che fare con questa figura torbida – lo esige la natura grossolanamente a effetto, potenziatrice (amplificatrice) della politica, del mestiere quindi che alla fine egli si è scelto, e ben sappiamo che lo ha fatto per mancanza di altri talenti. Tanto peggio per noi, tanto più umiliante per l’impotente Europa di oggi, che egli riesce ad affascinare giocando a fare l’uomo del destino, il dominatore assoluto, e grazie a una catena di circostanze straordinariamente felici – ovvero infelici, dato che fatalmente non scorre acqua che non faccia girare i suoi mulini –, passa da una vittoria sul nulla all’altra senza incontrare la minima resistenza.

Ammettere ciò, anche solo riconoscere i semplici fatti, è già di per sé una sorta di mortificazione morale. Ci vuole comunque una forte autocostrizione, che per di più rischia di apparire immorale, perché tiene a bada l’odio che ora si richiede a chiunque sia segnato nella coscienza da un destino di moralità. Quanto all’odio – posso dire – non faccio economia. Onestamente, augurerei a questa pubblica calamità di affondare nell’infamia – ma così rapidamente come è difficile immaginare, data la sua sperimentata prudenza.

Tuttavia, sento che le ore in cui provo un sentimento di odio per questa misera benché fatale creatura, non sono le migliori. Più felici, più adeguate, mi paiono quelle in cui il bisogno di libertà, di libera opinione, in una parola di quell’ironia nella quale io ho individuato da tempo l’elemento originario di ogni arte e di ogni creazione spirituale, riporta la vittoria sull’odio. (...)

Quel tipo è una catastrofe; ma ciò non ci impedisce di trovarne interessante il carattere e il destino. Le circostanze vogliono che il risentimento impenetrabile, la sete di vendetta che corrode profondamente qualunque lavoro, artistoide respinto che tira a campare, si leghino al senso d’inferiorità (molto meno legittimo) di un popolo vinto che, reduce dalla sua sconfitta, non riesce a ritrovare la via giusta e pensa solo a restaurare il proprio «onore»; costui che non ha imparato nulla, che non ha mai voluto imparare nulla per alterigia vaga e testarda, costui che non è in grado di fare anche solo tecnicamente o fisicamente quello che tutti gli uomini sanno fare, né andare a cavallo, né guidare una macchina o pilotare un aereo, neppure fare un figlio, perfeziona l’unica cosa necessaria per stabilire un legame col popolo: un’eloquenza indicibilmente volgare ma efficace per influenzare le masse, uno strumento fondato sull’isterico istrionismo che gli permette di frugare nelle ferite del popolo, di toccarlo con la profezia della sua grandezza offesa, di stordirlo con le promesse facendo della sofferenza nazionale il veicolo della propria grandezza, della propria ascesa ad altezze inarrivabili, verso un potere illimitato, verso soddisfazioni e iperbolici appagamenti, verso una gloria e una santità così terribili che chiunque si sia macchiato un tempo di qualche colpa verso quell’uomo piccolo, invisibile, sconosciuto, diventa oggi un figlio della morte, e certo di una morte la più umiliante e atroce, figlio dell’inferno. (...)

In tutto ciò sono riconoscibili aspetti fiabeschi, seppur deturpati (il motivo del deturpamento e della decadenza ha un ruolo significativo nella vita dell’Europa contemporanea): il tema di Gianni il sognatore, che conquista la principessa e tutto il regno, quello del Brutto anatroccolo che si rivela un cigno, della Bella addormentata, intorno alla quale il rogo di Brunilde diventa una siepe di rose, e lei sorride al bacio dell’eroe Sigfrido che la risveglia. «Dèstati, Germania!» È rivoltante, ma è così.

Un fratello… un fratello un po’ sgradevole e di cui vergognarsi; uno che dà sui nervi, un parente piuttosto scomodo. Tuttavia io non voglio fingere di non vedere perché, ripeto, migliore, più sincero, più onesto e più produttivo dell’odio è il riconoscersi, l’essere pronti a mescolarsi a ciò che suscita il nostro odio, anche se dovesse comportare il rischio morale di disimparare a dire di no. (...).

Quanto deve odiare la psicoanalisi, un uomo simile! Ho l’oscuro sospetto che la furia con cui condusse la marcia su una certa capitale fosse rivolta in fondo contro il vecchio psicoanalista che vi abitava, il suo vero nemico – contro il filosofo e lo smascheratore della nevrosi, contro il grande disincantatore, che capiva e spiegava persino il «genio». (...). Non starò a indagare se la storia dell’umanità abbia già visto un caso di degrado morale e spirituale, legato al magnetismo che chiamiamo «genio», simile a quello di cui siamo testimoni. Io sono in ogni caso contrario al fatto che, a causa di un simile evento, si corrompa il concetto di genio. Bisogna salvaguardare le differenze – sono incommensurabili.


[Numero: 7]