vivere a kabul

Una montagna di fumo in cambio di una ragazza

C’erano i “Magic busses”, London-Kabul, e anche London-Delhi. Uno alla settimana. Ci saliva una marea di svitati attratti dai Beatles vestiti da Sai baba. Io però sono partito da solo, era il 1975. In treno, da Torino Porta Nuova: Milano, la Jugoslavia, Istanbul, l’istmo, la stazione asiatica. Là ho comprato un biglietto per Teheran. Qualche dollaro. Volevo arrivare alle Maldive. A pensarci ora mi sembra che allora costasse tutto niente, si mangiava con qualche centesimo. Sono partito con 650 dollari in travel cheque e presto capii che ci si poteva guadagnare: bastava denunciarne il furto, Bank of America rifondeva. Ho vissuto tre anni con meno di mille dollari. A Teheran mi colpirono due cose: i monitor per gli orari dei treni e il traffico di auto. Un fiume ininterrotto e lentissimo, tutti suonavano il clacson, non ho mai sentito un rumore del genere, ce l’ho ancora nelle orecchie.

Le donne vestivano all’occidentale, mai visto né burqa né veli neri. Ci sono rimasto una decina di giorni, un alberghetto da niente dove ho conosciuto una coppia di romani. Il mito dell’Iran era l’oppio rosso, buonissimo, ma anche proibitissimo e la polizia dello Scià non perdonava. L’Afghanistan, per noi rappresentava il paradiso del fumo. Per arrivarci si passava da Meshad, dove si compravano a poco delle pietre turchesi che in India si rivendevano bene. Il passaggio della frontiera era un’avventura: si usciva dall’Iran attraverso un tunnel di 50-60 metri, illuminato a giorno, con le pareti tappezzate da gigantografie che mostravano cosa ti aspettava nel caso avessi cercato di ritornare in Iran con della droga: carcere e botte. Alla fine del tunnel c’era una terra di nessuno che si attraversava in un’ora di pulmino. Arrivati in Afghanistan tutto cambiava: al posto di frontiera c’era una baracca di legno con tre o quattro militari mal vestiti che ti mettevano il timbro sul passaporto e poi loro stessi vendevano a un prezzo ridicolo il primo fumo, delle “tomette” di 33 grammi di autentico, buonissimo afghano.

Di lì avevi la sensazione che cominciasse la vera Asia. A Mazar-i Sharif si vedevano distese e distese di piantagioni. Tutti fumavano, tutto girava in piena libertà, si attraversava la città in carretto. I miei due amici romani erano con me in un alberghetto. Un giorno il proprietario ci fece capire che eravamo invitati a cena. Le comunicazioni erano difficili, molto a gesti perché nessuno parlava inglese. Fu un banchetto, una sola donna presente, la romana. A un certo punto la discussione si fa vivace, l’afghano in modo cortese ma insistente chiede qualcosa di incomprensibile al mio amico. Con molto sforzo riusciamo poi a capire che gli chiedeva la ragazza: una montagna di hashish in cambio della sua donna. Ma non se la prese per il rifiuto, anche se ci consideravano dei “fuori-di-testa” seri: andavamo fin laggiù per acquistare una merce che loro avevano a volontà e in quantità. La serata finì bene, fumammo insieme il narghilè.

Colpiva la loro straordinaria fierezza. A Kandahar fu più o meno la stessa cosa. A Kabul sono finito in un albergo terribile, per il gran puzzo non riuscivo nemmeno a dormire. E faceva un gran freddo. Per strada si vedevano poche donne. Qualcuna col burqa, non tutte. Decisi di andarmene in Pakistan, in bus, attraverso il passo Khyber. Lungo la strada ci fermavano i miliziani delle tribù locali, sul tetto del bus c’era gente, dentro anche animali. Finimmo nella bolgia di Peshawar. Il Pakistan era allora la “mecca” della morfina. Dopo un po’ passai in India e finii al Crown hotel sul Chandni Chowk di Delhi, altro luogo mitico e mitizzato. Allora si viaggiava avendo letto On the road di Kerouac, io avevo con me Il mattino dei maghi, e la Guide du routard, vivevo vestito come gli indiani, mi muovevo come loro, ho scambiato con i Sadhu cibo per droga e droga per cibo. Son finito a Goa, ma volevo arrivare alle Maldive. Quando ci sono arrivato ho pensato di aver raggiunto il paradiso terrestre: non bevevo, non mangiavo, mi sembrava di vivere in totale syncronicity con la natura e in armonia. Allora era così e il mondo mi sembrava più libero.


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