Deserto il codice segreto della storia

Quel tronco d’ulivo ai bordi dell’Ahaggar

Il deserto è il deserto, c’è poco da dire, un’esperienza unica, e se sanno che ci sei stato sono sempre lì a chiederti com’è come non è, perché tutti vorrebbero farsela quell’esperienza unica, e smaniano nell’attesa. Io ci sono stato tre volte nel deserto, e solo nel Sahara, e nemmeno in tutto il Sahara e per non più di un paio di mesi e vent’anni fa. Ma se c’è qualcosa di buono tra me e il deserto è che non ci ho mai messo piede per turismo, e ho avuto sempre abbastanza da fare da dimenticarmi di scattare qualche bella fotografia. E quelle che conservo sono perlopiù mentali, forse affettive. Colle dell’Assekrem, duemila metri, posto di guardia di frontiera algerino, di qua il Mali di là il Niger, così pare più o meno, mezzogiorno, laggiù in fondo una carovana alza polvere per chilometri, sono i contrabbandieri sudanesi, è l’ora della pausa pranzo dei gendarmi e possono passare senza fretta. Uadi di Sawra, il nulla, poco dopo l’alba, un uomo cammina spedito nel serir, ha gli infradito ai piedi, una bottiglia di plastica sottobraccio, una camicia kaki pulita, che si sappia l’umanità più vicina è accampata a non meno di quaranta chilometri. Ai bordi dell’Ahaggar, tramonto, l’autista ferma il Toyota, mi porta a una fenditura in un roccione a un chilometro dalla pista, mi fa vedere un tronco contorto, ossificato, delle foglioline sulla cima, è un ulivo, mi chiede di non toccarlo. Un caravanserraglio nei pressi di Tamarnasset, un famoso cantautore tuareg suona la chitarra, ha il suo AK 47 poggiato ai piedi. Un villaggio mozabita nell’oasi di Ouargia, due ragazze bellissime suonano unisone un enorme tamburo per un malato, sarà per tutta la notte il battito regolare di un cuore forte. E una Renault R4 vecchia di quarant’anni è più affidabile di una Land Rover nuova di zecca, e prendere il cibo con le mani dal piatto comune non fa venire la diarrea.


[Numero: 10]