Deserto il codice segreto della storia

Ostaggio nel deserto siriano, dove nel bene e nel male ogni incontro è definitivo

La mattina presto sulla sabbia che il vento ha pareggiato nella notte: ecco, i segni. Tracce di scarabei e impronte di serpenti. Vanno e tornano, grandi, di sotto l’ombra dei cespugli e delle pietre. Invisibili presenze che ti tolgono il gusto di sederti, attirato e respinto dall’odore pruriginoso, animalesco più che vegetale, dei piccoli batuffoli gialli che sono i fiori delle acacie del deserto, e quanto fitti, come simili alle nostre gaggie. E poi ci sono le orme degli uomini e dei loro animali, i dromedari, il collo arcuato, la museruola di corda, l’occhio avvolto da una rete di spaghi. Nulla li spaventa, procedono con la stessa andatura dei cammelli che accompagnavano la regina di Saba quando venne a imbarcarsi a Hodeida o forse ad Aden, per andare a visitare il re Salomone in fondo al mar Rosso.

In lunghe file regolari le orme delle carovane si allungano attorno alle dune più alte, come silenzioso linguaggio di una mappa che il vento tra poco di nuovo cancellerà. Eppure quella che percorri è la pista eterna, su cui da secoli le carovane portano oro e sale, armi e fedi, amicizia e odio. Oggi puoi incontrare, se hai coraggio di avanzare oltre l’ultimo fiume e l’ultima città, all’ombra avara di una acacia, un Calvino delle sabbie, che ha nella sacca il rigido puritanesimo della tradizione di Wahhab, il fondatore della setta pestifera e riformatrice. O un contrabbandiere di uomini e di droga. O un ribelle che ha, per sfida, alzato sul suo pick-up la nera bandiera di Mahmud. Sì. Il mio deserto è decifrabile. Parla per segni. Inequivocabilmente.

Il deserto è un teatro senza commedia, tutto parla di acqua ma l’acqua è fuggita. Il destino di questi luoghi è rimasto incompiuto, come lo sono le sue città che, si direbbe, gli operai abbandonarono vinti dalla fatica o dalla disperazione. Tagliato di netto, il destino, come il filo dei suoi giorni. Eppure, forti della energia che infondono il vento e la contemplazione di spazi liberi, gli abitanti vivono in un luogo di scambi, mercato aperto, senza confini e frontiere, denaro perennemente mobile; mentre noi siamo diventati l’altra faccia della fortuna, risparmio, sterile ammassamento, tesaurizzazione, paura e segreto più pesanti di una tomba.

Gli incontri nel deserto. Mai banali. Sempre definitivi, perchè gonfi di paure e alternative senza uscita, assoluti come una storia di vita o di morte. Ho viaggiato a lungo prigioniero nel cassone di un pick up nel deserto siriano, centinaia di chilometri di folle corsa verso Est, una terra cieca soffocata dalle sabbie e dalle pietre prima di arrivare ai grandi fiumi e alle loro terre verdi. Il buio è assoluto, il vuoto ti inghiotte. Improvvisamente, a distanze infinite, scorgi una luce, (i fari di un altro fuoristrada? un accampamento?), con una intensità stupefacente che la sua unicità moltiplica all’infinito. La moderna carovana rallenta, sempre, come all’epoca di Petra e del Saladino, ci si dispone a difesa, le armi, che nel deserto non mancano mai neppure quando intorno ci dovrebbe essere la pace, escono dai nascondigli. Amico? Nemico?

Il deserto parla, ma negli accampamenti. Per l’arabo e il tuareg il campo è simile ad un’alta scuola, dove egli vede passare tutto il suo mondo, ascolta i migliori discorsi, le novità delle tribù, le sue poesie, le sue cronache, i fatti d’amore, le contestazioni, le contrattazioni.

Partecipare ai concili attorno ai fuochi che tengono lontano il gelo della notte li rende maestri della lingua, abili dialettici e oratori, pronti a sedere degnamente in ogni consesso e sempre capaci di improvvisare discorsi efficaci. Nel Sahara ho incontrato uomini che non avrebbero sfigurato, per pazienza e abilità, nei congressi della diplomazia occidentale. E soprattutto il deserto parla di Dio. Continuamente. Anche attraverso il silenzio. Non è possibile comprendere ciò che accade oggi in alcuni luoghi del mondo, fanatismi totalitari, califfati retti da un dio implacabile e intollerante, se si dimentica questa presenza ossessiva nell’animo di coloro che ci vivono. I monoteismi hanno dovuto migrare nei deserti per esistere. Tutti. Nel deserto i sensi non possono voltarsi indietro, o stendere la mano in avanti. Una emozione sentita equivale a una emozione conquistata, è una esperienza appassita che si conclude nell’atto stesso della sua espressione. Qui non può esserci il meraviglioso dio greco della misura, che evita sia la grande speranza che la caduta nell’abbandono.

Qui può abitare e parlarti solo un dio che comporta proprio queste dimensioni. Qui non è possibile fare l’esperienza della tenerezza di dio. Far parte del deserto, ei suoi abitanti lo sanno, vuol dire essere condannati a una eterna battaglia contro un nemico non di questo mondo né di questa vita né di null’altro che non sia forse la Speranza stessa. E l’insuccesso pare l’unica libertà concessa da Dio agli uomini. In un luogo così estremo confondere una svolta nella pista, ingannati da una duna che ha cambiato aspetto per il vento, o dall’assenza di una roccia che era stata lì eternamente, dal giorno della creazione ma che la sabbia di colpo ha ricoperto, significa morire. Sotto un cielo tenue, nessuna gara di intensità fra sabbia e cielo, l’insuccesso pare davvero l’unica libertà concessa agli uomini. Solo così la vita diventa tua, e la domini valutandola come cosa di nessun valore. Come non puoi considerare la morte come la migliore delle tue opere, l’ultima azione leale e libera a portata di mano, la tua estrema pace?


[Numero: 10]