vivere a kabul

Ma quel Grande Gioco fu anche un Nobile Gioco

«Avete davanti a voi un grande gioco, un nobile gioco». La lettera scritta nel luglio del 1840 da un audace agente segreto britannico, il capitano Arthur Conolly, al capo dello spionaggio a Kandahar, il maggiore Henry Rawlinson, è notevole non soltanto perché per la prima volta la mischia per il controllo dell’Afghanistan è chiamata con la locuzione destinata ad avere molta fortuna, il Grande Gioco, ma anche a motivo del fatto che Conolly introduce nello scontro un elemento nuovo, che ha pesato e tuttora pesa molto più di quanto si creda: un certo, paradossale idealismo. Le terre desertiche e inospitali dell’attuale Afghanistan erano già da secoli il campo di battaglia obbligato per chi da nord cercava di farsi strada verso l’Oceano Indiano e chi, all’inverso, da sud ambiva a espandersi in Asia centrale verso la Russia. Ma per quanto anche Conolly servisse occhiuti appetiti egemonici, vedeva le cose diversamente dalle generazioni di guerrieri che l’avevano preceduto.

L’espandersi dell’influenza britannica nell’area, scrisse, offriva all’Impero l’occasione di una straordinaria missione pacificatrice: se fosse riuscito a rassicurare i Russi, venire a patti con i persiani, dare protezione agli uzbechi, e soprattutto «forzare l’emiro di Bukhara ad essere giusto con noi, con gli Afghani» e con i suoi sudditi, avrebbe realizzato «il nobile ruolo che la prima nazione cristiana del mondo è chiamata a compiere». Per questo il Gioco non era soltanto grandioso a motivo della sua complessità militare e politica, ma anche nobile in forza del suo obiettivo.

Conolly e il suo disegno non ebbero fortuna. Il capitano, o quel che ne restava dopo due mesi di prigionia in fondo ad un pozzo, fu decapitato davanti alla reggia di Bukhara nel 1842, subito dopo il massacro della guarnigione britannica a Kabul: quella disfatta aveva tolto all’emiro qualsiasi soggezione degli inglesi. Da allora il Grande Gioco, tra pause e recrudescenze, ha divorato generazioni di soldati, carne da cannone di conflitti sempre inconcludenti; e i tentativi di farne il Gioco Nobile immaginato da Conolly non sono mai riusciti a riportare a coerenza la somma casuale di ossessioni geopolitiche e passioni civili non pretestuose; di condotte militari che fanno polpette dei diritti umani e slanci ideali proprio nel nome di quei diritti.

Così fu in Afghanistan anche al tempo dell’occupazione sovietica, quando l’aviazione di Mosca riduceva in polvere interi villaggi, però sciami di maestri animati dalle migliori intenzioni si spargevano per deserti e montagne per insegnare alla popolazione non solo a leggere e a scrivere ma anche ad amare liberamente, infischiandosene di quel che predicava il mullah o pretendevano i padri. Fu una buona azione ma in termini strategici un errore catastrofico: revocare ai genitori il diritto di combinare il matrimonio dei figli significava minare un pilastro della società patriarcale; e togliere ai mullah la giurisdizione sulla pubblica moralità era un affronto alla potentissima casta religiosa. La reazione, furibonda, offrì un contributo decisivo alla ribellione contro l’occupante.

Scappati i sovietici, ragioni ideali si misero nuovamente di traverso alle ambizioni geopolitiche, questa volta statunitensi. Negli Anni Novanta Washington aveva tacitamente appoggiato il Grande Gioco nella versione praticata dallo spionaggio pakistano, che allo scopo aveva inventato i Taliban. Ma quando questi ultimi, presa Kabul, emanarono un editto che proibiva alle donne praticamente tutto, lo sdegno dell’opinione pubblica americana costrinse l’amministrazione Clinton a contrastare il movimento del mullah Omar. Da lì cominciò un conflitto che nel 2001 condusse, abbastanza casualmente, ad una guerra che gli americani fecero il possibile per evitare e dalla quale adesso tutti gli occidentali vorrebbero uscire, se solo l’investimento ideale non fosse stato così vistoso.

Il conflitto sta diventando il paradigma della guerra inestinguibile, uno scontro che non può mai concludersi perché ciascun attore riesce a risollevarsi dalla sconfitta grazie al soccorso di sponsor stranieri. Dura da 38 anni, otto in più di quella Guerra dei Trent’anni che quattro secoli dopo l’Europa ancora ricorda per la sua durata inusitata; e un epilogo non è in vista. L’anarchia militare anzi aumenta, e con quella l’impazienza dei governi occidentali ansiosi di rimpatriare i contingenti. L’unica cosa che ancora li trattiene: dopo aver sacrificato un triliardo di dollari e le vite di quasi cinquemila soldati, perderebbero anche l’onore se a Kabul tornassero i grassi Taliban che vent’anni fa, all’ora della preghiera, abbattevano cinghie di biciclette sui burqa ancora in strada, affinché quelle donne si affrettassero verso le moschee. Le colpivano senza acrimonia, nel modo svagato col quale un pastore frusta le sue capre. Fosse pure una mera finzione, Questo nostro dover stare al Gioco Nobile è l’unica speranza delle ragazze afghane, cui perfino affidarsi alla sconclusionata missione occidentale – con le sue clamorose inettitudini e le sue obiettive nequizie – deve apparire meglio che tornare ad essere le capre dei Taliban.


[Numero: 53]