2116 nello spazio a caccia di ET

Ma non prendiamoci per il codino come fece il barone di Munchausen

Già Democrito non aveva dubbi: ci sono molti universi. Il libertino Cyrano di Bergerac inaugurò l’era dei viaggi extraterrestri; utilizzando la fantasia del letterato, descrisse Gli stati e gli imperi del sole e della luna. Il famoso Barone di Münschhausen passò poi ai fatti (a suo dire), facendosi sparare da un cannone nello spazio (non si conosce il sistema frenante per l’arrivo), e moltissimi altri, come si sa, fantasticarono esistenze marziane e altri casi di extraterrestri. Oggi, che ne sappiamo infinitamente di più, ci basiamo su considerazioni statistiche: data l’esistenza più che probabile di miliardi di pianeti nell’universo, possibile che non ce ne sia almeno qualcuno che abbia sviluppato una vita evolutiva simile alla nostra, sino all’apparizione di esseri intelligenti, pensanti e parlanti, e quindi in grado, se non altro, di comunicare con noi, pur attraverso considerevoli distanze stellari? Certo, crea qualche problema la necessità, per questi dialoghi a distanza, di una contemporaneità temporale, in un universo in cui lo spazio-tempo non è paragonabile a come siamo soliti considerarlo e misurarlo qui, su questa piccolissima e remotissima terra.

Per la riflessione filosofica c’è però qualche difficoltà in più. Provo a esprimerla nel modo più semplice. Credo si possa dire che ciò che caratterizza la spiegazione scientifica, da Galilei a Darwin, è l’abolizione delle cause finali di aristotelica memoria: i fenomeni della natura non accadono per un piano prestabilito, ma per cause ed effetti retti dalle circostanze che essi stessi innescano senza saperlo e insomma, per dire in fretta, dal caso. Ma qui ci scontriamo con una soglia tuttora molto misteriosa: la nascita dell’intelligenza umana. Galilei, e anche Einstein (tanto per dire), se ne resero conto. Il primo, per esempio, ipotizzava la presenza nell’uomo di una mente fatta a somiglianza della mente creatrice divina e tutto allora si spiegava; voglio dire che si spiegava quella capacità di conoscenza “oggettiva” della natura sulla quale anche Einstein ebbe a interrogarsi.

Darwin invece sul ricorso ad argomenti “teologici” non era d’accordo, ma allora bisognava mostrare (come lui sarebbe stato felice di poter fare) che l’intelligenza non è una misteriosa e sovrannaturale sostanza pensante alla Cartesio, ma il prodotto della stessa evoluzione dei corpi viventi, cioè degli effetti e controeffetti accidentali che generano specifici ecosistemi in cammino. Come non vedere allora che anche la nostra intelligenza scientifica ne dipende? Essa non può considerare l’universo “da fuori”, ma come un effetto tra miliardi di miliardi di effetti “da dentro”. E allora chiedo: espandere le nostre ragioni, i nostri esperimenti e le nostre logiche a immaginarie vite simili alle nostre nell’universo non rischia di somigliare pericolosamente alla pretesa del celebre Barone di sollevarsi in aria prendendosi per il codino?

Il Barone disse di essersi salvato, con quel sistema, dalle sabbie mobili. Forse per analogia scherzosa (ma non troppo) anche noi potremmo dire che sino a quando l’intelligenza scientifica non chiarirà la natura profonda dei suoi straordinari successi e il valore oggettivo e universale delle sue verità, le sabbie mobili della illogicità e della superstizione non si saranno pienamente dissolte dai nostri discorsi.


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