vivere a kabul

Lungo la “linea Durand” si sono giocati i destini del mondo

Non è forse esagerato sostenere che la disputa tra Kabul e Islamabad abbia contribuito all’esito della Guerra Fredda e, qualche decennio dopo, all’ascesa dei taleban. Tutto ebbe inizio nell’autunno del 1893 quando, al termine di lunghe trattative, il segretario degli esteri dell’India britannica Durand e l’emiro Abdur Rahman firmarono un trattato che spaccava in due i territori abitati dall’etnia pashtun: l’emiro rinunciava a diverse aree nel Sud-Est del Paese e acquisiva in cambio, senza alcun entusiasmo, il corridoio del Wakhhan, tra India e Russia, un cuscinetto che nelle intenzioni britanniche avrebbe dovuto separare l’India dall’avanzata russa nel Pamir. Nasceva così la “Durand Line”.

Quando si avvicinò la data del ritiro britannico dall’India, Kabul chiese che le aree “sottratte” nel 1893 le venissero restituite o che ottenessero l’indipendenza. Ma i britannici e i loro alleati, che temevano una balcanizzazione della regione di cui avrebbe potuto approfittare Mosca, diedero alle aree pashtun a sud del confine solo due opzioni: l’annessione all’India o al Pakistan. In seguito a una consultazione locale, queste optarono per il Pakistan.

Fu l’inizio di una lunga disputa che avvelena tutt’ora i rapporti tra Pakistan e Afghanistan. L’Afghanistan non ha mai riconosciuto la Durand Line, argomentando tra le altre cose che il trattato del 1893 era stato ottenuto con la forza e che era decaduto automaticamente con il ritiro inglese. Il Pakistan, da parte sua non è mai stato disposto a mettere in discussione la sua validità: rinunciare ai pashtun rischiava di innescare un processo di frammentazione che avrebbe messo a rischio la stessa sopravvivenza del Paese. Tanto più che la perdita dell’ala orientale, nel 1971, avrebbe ben presto rafforzato la convinzione che Nuova Delhi mirava alla distruzione del Pakistan.

Priva di sbocchi al mare e dinnanzi alla ripetuta chiusura del confine attuata dal Pakistan negli Anni 50 e 60, Kabul si era intanto rivolta all’Unione Sovietica per assicurare gli scambi commerciali con l’esterno. Il rifiuto degli Stati Uniti di concedere all’Afghanistan aiuti militari e aumentare quelli economici indusse la dirigenza di Kabul, che non nutriva simpatie per il comunismo, a legarsi sempre più a Mosca. Di lì la storia è nota.

Originariamente la Durand line non era stata immaginata da Abdur Rahman, e probabilmente neppure dagli inglesi, come un vero e proprio confine internazionale; “le mura” che l’emiro aveva accettato e in parte voluto potevano essere scavalcate e magari, un giorno, spostate. Il Pakistan, pur insistendo sulla inamovibilità del confine, decise sin dal ’47 di non esercitare pienamente la propria sovranità sulle aree di frontiera, rispettando la loro tradizionale autonomia, e di permettere che il confine rimanesse permeabile. Al tempo stesso Islamabad cercò di disinnescare il nazionalismo locale cooptando i pashtun nelle forze armate e coinvolgendoli in un progetto di nation-building incentrato sull’Islam.

Dopo l’occupazione sovietica dell’Afghanistan la permeabilità del confine sarebbe diventata un pilastro della politica regionale di Islamabad: per controllare il territorio afghano in funzione anti-indiana, mettere fine alla disputa confinaria e indurre Kabul a non fomentare i dissidi etnici interni al Pakistan, ai mujaheddin, e poi ai taleban fu permesso di passare indisturbati il confine, cercare riparo e reclute nelle aree tribali pakistane e intrecciare rapporti di collaborazione con settori deviati dei servizi segreti e delle forze armate e gruppi islamisti di vario genere, da quelli anti-sciiti a quelli attivi in Kashmir contro le truppe indiane, a gruppi eversivi con interessi globali.


[Numero: 53]