Deserto il codice segreto della storia

L’Eden è una vocazione, il deserto una necessità

Deserto: da sempre la parola evoca due realtà dalle valenze contrapposte: da un lato abbandono, aridità, difficoltà a reperire il necessario per vivere, assenza di comunicazione; d’altro lato silenzio, essenzialità della natura e delle cose, riparo dagli affanni quotidiani, interiorità che si dilata verso l’infinito. Entrambe queste valenze alimentano anche nel nostro tempo il rapporto con “il deserto”, realtà spirituale che ritroviamo non solo nelle sconfinate distese di sabbia o di natura incontaminata, ma anche in tante situazioni quotidiane e in ambienti familiari.

Nel deserto – reale e figurato – ci si può venire a trovare contro la propria volontà, per gli imperscrutabili cammini della storia o per uno scherzo del caso, ma la grande tradizione cristiana, ispirandosi alla vicenda del popolo di Israele e a imitazione di Gesù di Nazaret, ha sempre affermato con parole e gesti che nel deserto è possibile, e a volte anche necessario, andarci spontaneamente: non per fuggire gli altri, ma per porsi in un coraggioso faccia a faccia con se stessi che prepari l’incontro faccia a faccia con Dio o che, più quotidianamente, favorisca il faccia a faccia con l’altro.

Questa mi pare ancor oggi un’opportunità che travalica l’adesione di fede al Dio biblico. Il deserto, infatti, possiede il dono di svelare la verità della condizione umana riportandola all’essenziale. Nella spoliazione del deserto, infatti, l’essere umano è portato a rivedere il rapporto essenziale con il proprio corpo e con ciò che ad esso è strettamente connesso: il cibo che lo nutre, l’acqua che lo disseta, il vestito che lo ripara, il sonno che gli dà riposo… Il deserto è un luogo e un tempo – un tempo sospeso trascorso in un luogo estraneo – che favorisce quella dimensione fondamentale dell’essere umano che è l’ascolto, come confessava Edmond Jabès: «L’esperienza del deserto è stata per me dominante. Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa bruciante. Come il roveto ardente, essa brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto».

È il paradosso di un ascolto che avviene e si affina proprio nell’assenza di altre presenze umane, nell’astinenza da cibi, parole e gesti altrimenti quotidiani, nella durezza delle prove e dei mali che il deserto fa patire, e che consente di sperimentare il carattere pedagogico del deserto. Il deserto libera da tutto ciò che è ingombrante e superfluo e purifica il nostro pensiero da incrostazioni di luoghi comuni e abitudini che non ci appartengono anche se li ripetiamo: il deserto è il vaglio che rivela la saldezza e l’autenticità di una persona che pensa quello che dice e dice quello che pensa. Per il credente sarà anche il luogo dove, per grazia di Dio, può avvenire il cammino di conversione dalle molteplici passioni e appetiti all’unico desiderio: quello del volto di Dio.

Il cammino attraverso il deserto è allora una necessità per noi tutti ancora oggi: abbiamo bisogno di ripercorrere il deserto per percepire le radici stesse della nostra interiorità, per imparare nella carne che la nostra vita non dipende dall’economia dei beni, ma da ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Se la vocazione di ogni esser umano è il giardino dell’Eden in cui Dio nell’in-principio pose l’uomo e la donna, noi dobbiamo tuttavia attraversare il deserto come luogo in cui impariamo nella nostra carne che siamo destinati a questa pienezza di vita.


[Numero: 10]