Deserto il codice segreto della storia

La tattica tribale non segue le frontiere, ma acqua e strade

È il deserto il teatro e il protagonista del conflitto regionale innescato in Medio Oriente dal Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Il motivo è il metodo con cui i jihadisti dello Stato Islamico (Isis) combattono, perché ripropone la tattica militare che distingue le tribù del deserto sin dall’antichità: l’intento non è assumere il controllo prolungato di vasti territori, occupare grandi centri urbani o sottomettere intere popolazioni, bensì entrare in possesso di vie di comunicazioni e risorse naturali in quanto costituiscono le maggiori fonti di potere e di profitto. Arterie di comunicazione, posti di frontiera, ponti, dighe, corsi d’acqua, pozzi di petrolio, giacimenti di gas e porti significano ricchezza nel deserto perché sono i luoghi dove si concentrano gli scambi e da dove si origina la ricchezza. Nell’antichità i primi scontri fra le tribù furono sul controllo dei pozzi d’acqua e delle poche strade battute agibili, perché senza l’acqua non c’era vita e le carovaniere avevano percorsi obbligati.

È un approccio analogo che porta i comandanti delle unità del Califfo a impegnare la maggioranza dei propri uomini per conquistare e controllare le rive del Tigri e dell’Eufrate in Mesopotamia, i posti di frontiera con la Turchia e la Giordania, i pozzi di petrolio nell’Est della Siria e nel Nord dell’Iraq. Basta guardare la mappa del territorio dello Stato Islamico per accorgersi che si snoda lungo vie di comunicazione terrestri e fluviali dai confini indefiniti. Se nelle guerre europee ciò che più conta è il fronte o la trincea che segna la separazione fra due territori, nei conflitti fra le tribù del deserto le frontiere sono mobili, imprecise, contano meno. Ciò che più manca a Isis nei territori già appartenuti a Siria e Iraq è un porto, uno sbocco al mare, perché la regione di Bassora è nelle salde mani degli sciiti e la costa di Latakia in quelle degli alawiti di Bashar Assad. Ciò spiega perchè il Califfo in Libia ha prima tentato di impossessarsi di Derna, in Cirenaica, e quando l’operazione è fallita ha concentrato uomini e risorse su Sirte, a metà strada fra Bengasi e Tripoli, al centro del Golfo che consente di trasformare l’intero Mediterraneo Centrale in un’area di operazioni per ogni sorta di traffici illeciti, dalle armi alle sigarette, dagli esseri umani alla droga. In maniera analoga nel Sinai, Isis combatte l’esercito egiziano soprattutto ad Al-Arish, il maggiore porto nel Nord, da dove è possibile accedere alle coste del Mediterraneo Orientale.

In ultima istanza, al-Baghdadi adatta al XXI secolo la tattica tribale basata sulla moltiplicazione dei profitti come fonte di potere: egemonia significa poter disporre di risorse per rafforzarsi e corrompere i nemici, per ottenerle bisogna controllare le vie di scambio e dunque è qui che vengono posizionate le unità militari più efficienti e sanguinarie. Questo è il motivo per cui, in Siria come in Iraq, il controllo dei piccoli centri urbani, di scarsa importanza, passa spesso di mano fra opposte fazioni. Non a caso le tre maggiori città che Isis controlla corrispondono ad altrettanti snodi strategici: Mosul nel Nord dell’Iraq ricco di petrolio, Raqqa nell’Est della Siria crocevia delle arterie fra Turchia e Siria, Ramadi nel Sud dell’Iraq a cavallo fra la regione di Baghdad e l’Anbar sunnita. Combattere nel deserto ha per conseguenza l’impossibilità di sviluppare l’agricoltura: le tribù per natura sono nomadi e vedono nei contadini popolazioni avversarie, da saccheggiare. È successo anche nel conflitto siriano, soprattutto nel Sud, attorno alla regione di Daraa dove nel febbraio 2011 si originò la rivolta contro Assad. I contadini che la popolavano sono fuggiti e i campi non più arati sono stati coperti da una spessa coltre di sabbia, non più trattenuta dalle radici delle piante. È questa l’origine delle recenti tempeste di sabbia gialla - di insolita grandezza e spessore - che da settembre hanno avvolto il Medio Oriente, da Amman ad Alessandria, da Tel Aviv a Beirut, evidenziando la connessione diretta fra Isis, guerra tribale e impatti climatici.


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