2116 nello spazio a caccia di ET

La parola è alla Scienza ma il nostro è Dio di tutto e tutti

La domanda sulla vita nel cosmo, benché suscitata oggi dalla scienza, possiede risonanze umanistiche e perfino religiose. Molte opere di letteratura, del cinema o altre espressioni artistiche, prendono spunto da un possibile contatto con la vita extraterrestre per riproporre grandi domande filosofiche, quelle sulla vita oltre la morte, sulla lotta fra il bene e il male, sul ruolo che l’essere umano occupa nell’universo. Nel contesto letterario dell’incontro con la vita intelligente extraterrestre, gli umani pongono domande e cercano risposte sulla loro origine e sul loro destino. Come Paul Davies ha messo giustamente in luce, nella ricerca della vita extraterrestre è quasi sempre presente un’implicita dimensione religiosa. Il contatto con altre civiltà si colora di questioni morali, fa riflettere sulle scelte da prendere per la nostra sopravvivenza sulla terra, fa crescere la nostra consapevolezza di genere umano planetario. Noi umani desideriamo dare risposta a domande esistenziali profonde, ma è come se, con le nostre sole forze, intuissimo di non essere in grado di farlo. Abbiamo bisogno che qualcuno, con una più avanzata visione tecnologica e morale, ce ne istruisca. Sono risposte che attendiamo ci giungano “dal di fuori”, quasi per “rivelazione”, perché la nostra conoscenza, anche quella scientifica, da sola, non può darvi una risposta davvero esauriente.

La teologia può riflettere volentieri su questa fenomenologia, allegando anch’essa qualche sua considerazione. Il rapporto fra teologia e vita extraterrestre, in genere, divide gli animi. Per alcuni un contatto con civiltà aliene avrebbe il compito di falsificare o di confermare le religioni della terra, cristianesimo compreso. Altri affermano che solo uno spirito religioso potrebbe indirizzare questo contatto nel migliore dei modi, suscitando adeguati sentimenti di fratellanza e di rispetto. Alcune precisazioni si rendono allora necessarie. In primo luogo non va dimenticato che un possibile contatto con civiltà extraterrestri potrebbe avvenire solo via radio, non di persona: pertanto, le grandissime distanze in gioco non consentirebbero, in senso stretto, alcun tipo di “dialogo”, dovendo attendere nel migliore dei casi centinaia, migliaia di anni, fra una domanda e una risposta. Dunque, siamo purtroppo condannati ad un detect, not dialogue. In secondo luogo noi umani, quando avremmo potuto comunicare agli “altri” qualche informazione sulle nostre convinzioni esistenziali, ad esempio in occasione dei messaggi radio inviati dal radiotelescopio di Arecibo o mediante placche a bordo di sonde spaziali con itinerari extrasolari, non lo abbiamo mai fatto: pur provenendo da un pianeta dove la maggior parte degli abitanti crede nell’esistenza di un Dio creatore, non vi abbiamo fatto alcun riferimento…

La scoperta di vita, specie di vita intelligente, al di fuori della terra, obbligherebbe certo la teologia cristiana, quella di cui mi occupo, a rivedere alcune sue conclusioni e a suggerire nuove interpretazioni della sacra Scrittura circa l’immagine di Dio e i suoi piani di salvezza sull’universo creato. La Rivelazione ebraico-cristiana ha però in sé la capacità di farlo, se così fosse necessario, perché il Dio rivelatosi in pienezza in Gesù Cristo ha una dimensione cosmica, è il Dio di tutto e di tutti. Altre volte, nella storia, la teologia ha dovuto operare un analogo “allargamento di orizzonti”, anche grazie ai risultati delle scienze. Se le risposte esistenziali, religiose, provengono da un orizzonte sapienziale che trascende il metodo scientifico, la risposta circa l’esistenza della vita nel cosmo proverrà dalle nostre conoscenze sperimentali. L’ultima parola sulla vita nel cosmo non spetta alla teologia, ma alla scienza. Alla teologia, come a tutta l’umanità, non resta altro che attendere.


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