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Afghanistan, il paese dove per le donne non c’è giustizia

«Ogni mattina quando mi sveglio mi chiedo cosa potrà capitarmi. Eppure vado avanti». Essere un avvocato per i diritti umani e un’attivista per i diritti delle donne a Kabul non è compito banale. Samira Hamidi, ex direttrice dell’Afghanistan Women’s network, associazione che riunisce oltre cinquemila Ong attive nel campo dei diritti delle donne in Afghanistan, e oggi consulente delle Nazioni Unite porta avanti ogni giorno questo compito con coraggio. «Mi considero fortunata. La mia famiglia è sempre stata piuttosto liberale. Non ho sorelle ma quattro fratelli: mio padre ha accordato la stessa importanza alla mia come alla loro educazione. Ho potuto studiare, lavorare e vivere nella maniera in cui volevo. Ma per la maggior parte delle donne in Afghanistan questo è impossibile, le loro condizioni sono totalmente inaccettabili: anche all’interno della famiglia vivono discriminazioni continue. È giusto che io metta a disposizione le mie capacità e possibilità anche per loro».

«La nuova Costituzione, il National Action Plan, i progressi sotto gli auspici della risoluzione Onu 1325, nel diritto di proprietà e in quello privato: tutti questi sono passi in avanti fondamentali. Ma per troppi anni l’attenzione si è concentrata solo sui numeri e non sulla reale autorità che le donne rivestono nei ruoli pubblici, sulla qualità dei loro progressi»

Non è un paese per donne, l’Afghanistan. Secondo il Gender Inequality Index, l’indicatore elaborato dalle Nazioni Unite per misurare la disuguaglianza di genere, l’Afghanistan si situa al 171° posto su 188 Stati. Dietro ci sono paesi come Etiopia, Eritrea o Niger. Un posizionamento che è migliorato negli ultimi anni per i passi avanti fatti dalla caduta del regime dei taleban nel 2001: «La nuova Costituzione, il National Action Plan, i progressi sotto gli auspici della risoluzione Onu 1325, nel diritto di proprietà e in quello privato: tutti questi sono passi in avanti fondamentali. Oggi abbiamo una discreta presenza femminile nelle forze di sicurezza, quattro donne ministro, 28 deputate. Ma la strada è lunga. Per troppi anni l’attenzione si è concentrata solo sui numeri e non sulla reale autorità che le donne rivestono nei ruoli pubblici, sulla qualità dei loro progressi. Quello deve essere il nostro obiettivo».

«Tutti sono coinvolti dalla guerra, dalla violenza, dagli attentati. Ma le donne lo sono di più: sono più fragili e la loro condizione viene di continuo rimessa in discussione»

Un esempio di questo gap tra promesse e realtà è la totale assenza di donne dal difficile processo di pace che Kabul sta portando avanti con i taleban. «Non più di due settimane fa le parti si sono incontrate per negoziare nella capitale: non una sola donna è stata invitata. Ma come si può raggiungere la pace senza considerare la volontà del 50% della popolazione?». E proprio l’ambiente di forte insicurezza e violenza scaturito da decenni di conflitto è uno degli aspetti che continua a rimettere in discussione l’emancipazione femminile. «Tutti sono coinvolti dalla guerra, dalla violenza, dagli attentati. Ma le donne lo sono di più: sono più fragili e la loro condizione viene di continuo rimessa in discussione. Prendiamo gli incidenti di Kunduz (il bombardamento di un ospedale di Medici Senza Frontiere da parte dell’aviazione statunitense, ndr). Le attiviste che erano sul posto sono dovute scappare, lasciare tutte le loro attività per salvarsi. E da questo fatto deriveranno conseguenze negative per tante altre donne nell’area».

«L’uomo che ha dato fuoco a Farkhunda, quello che le è passato sopra con la macchina, non sono mai stati incriminati. La polizia, che non ha difeso abbastanza quella donna, non è stata mai incriminata. Pensare che ci fosse una mancanza di prove è assurdo: quel crimine è stato filmato in tutta la sua brutalità e diffuso sui media. Tutti hanno visto quell’orrore»

Una violenza ormai radicata nella popolazione e diffusa nella società. Il linciaggio di Farkhunda Malikzada, giovane studentessa di studi islamici, avvenuto in pieno centro a Kabul nel marzo 2015 per la falsa accusa di aver bruciato un Corano, ha mostrato al mondo la ferocia cui ogni giorno le donne afghane rischiano di far fronte. Hamidi ha seguito da vicino il processo che ne è seguito. La sua opinione? Per le donne in Afghanistan non c’è giustizia. «L’uomo che ha dato fuoco a Farkhunda, quello che le è passato sopra con la macchina, non sono mai stati incriminati. La polizia, che non ha difeso abbastanza quella donna, non è stata mai incriminata. Pensare che ci fosse una mancanza di prove è assurdo: quel crimine è stato filmato in tutta la sua brutalità e diffuso sui media. Tutti hanno visto quell’orrore. Ma il giudice forse no». Non si tratta di un caso isolato: «Di tutti i casi di violenza sulle donne, non un solo responsabile è stato perseguito.


Chi ha ucciso, tagliato nasi o orecchie delle donne, non è stato mai condannato».

Con il governo di Ashraf Ghani l’attenzione ai problemi delle donne è migliorata. Merito anche della first lady, Rula Ghani, donna colta, laureata a Sciences Po Parigi e alla Columbia University di New York, inserita da Time nella lista delle cento donne più influenti al mondo e madre di una giovane artista residente a Brooklyn. La sua immagine è un notevole cambio di rotta rispetto a quella di Zeenat Karzai, moglie dell’ex presidente Hamid Karzai. Un anno fa, alla cerimonia di insediamento Ghani sconvolse il cerimoniale dichiarando: «Ringrazio la mia partner e sposa per il sostegno dato a me e all’Afghanistan». Una cosa mai vista. «Sicuramente è una grande fonte di ispirazione per molte donne – conferma Hamidi - Ma in un certo senso rispecchia una delle contraddizioni di questo paese: lei non riveste ruoli istituzionali. La sua è un’influenza indiretta». Chissà quanto bisognerà aspettare per avere una donna presidente in Afghanistan.


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