Deserto il codice segreto della storia

Erano abituati al deserto, non capivano la vita

Arrakis è il pianeta più inospitale della galassia. Una landa di sabbia e rocce popolata da mostri striscianti e sferzata da tempeste devastanti. Ma sulla sua superficie cresce il “melange”, la sostanza che dà agli uomini la facoltà di aprire i propri orizzonti mentali e conoscere il futuro. Il compito di Paul, tra i protagonisti della saga, è indirizzare il proprio popolo su un percorso che lo allontani dall’autodistruzione e dalla miseria. Il brano che segue è tratto dal secondo volume del ciclo, Messia di dune. (Fanucci 2012, traduzione di G. Cossato e S. Sandrelli).

Chani fissò il deserto illuminato dal sole del mattino. Non indossava la tuta distillante, e questo la faceva sentire indifesa, là nel deserto. Il deserto… Le sembrò che il deserto l’avesse sempre seguita, in ogni luogo. Per lei il ritorno al deserto non era tanto un ritorno a casa, quanto un voltarsi a guardare ciò che era sempre stato lì. Un crampo doloroso le afferrò il ventre. La nascita era imminente. Combatté il dolore, assaporando questo momento di solitudine di fronte al deserto. La terra era avvolta nel silenzio dell’alba. Ombre si rincorrevano dovunque tra le dune e sulle terrazze del Muro Scudo. La luce del giorno scendeva a fiotti dall’alta scarpata, facendola sprofondare in un paesaggio desolato che si stendeva sotto un cielo sbiadito. La scena si armonizzava perfettamente con quella sensazione di spaventoso cinismo che l’aveva tormentata fin da quando aveva saputo della cecità di Paul.

Perché siamo qui? Si chiese. Non era uno hajra, un viaggio di ricerca. Paul non cercava niente in quel posto, a parte, forse, un luogo dove lei potesse partorire. Aveva riunito strani compagni per questo viaggio, pensò: Bijaz, il nano dei Tleilaxu, Hayt, il ghola, il quale poteva essere Duncan Idaho risuscitato; Gaius Helen Mohiam, la Reverenda Madre del Bene Gesserit, da lui così chiaramente odiata, Lichna, la strana figlia di Otheym, che le guardie non abbandonavano mai con lo sguardo; Stilgar, il Naib suo zio, e Harah, la sposa favorita di lui… e Irulan… Alia…

Il sibilo del vento fra le rocce accompagnò i suoi pensieri. Il giorno, là nel deserto, era un bagliore giallo, bruno e grigio. Chani si appoggiò entrambe le mani sull’addome, tremando, e rimpianse di aver domandato a Paul di accompagnarla in quel luogo. Il vento del deserto aveva trasportato gli odori sgradevoli che emanavano dalle piantagioni che ancoravano le dune alla base delle rocce. Chani si sentì afferrare dalle superstizioni: brutti odori, brutti tempi. Si voltò controvento, e vide un verme comparire sul bordo estremo delle piantagioni. S’innalzò sopra le dune come la prua di una nave infernale, frustando la sabbia e annusando l’acqua, un veleno mortale per la sua specie. Poi si tuffò sotto la sabbia, lasciandosi alle spalle un enorme rigonfiamento. In quel preciso istante, ispirata dal timore del verme, Chani sentì di odiare l’acqua. L’acqua portava la pestilenza, solo il deserto era pulito. (…)

Paul si volse verso il paesaggio. Terra orribile e infernale, pensò. L’immagine ardente sotto il sole, mostruosamente calda, costellata da chiazze d’ombra polverosa, tormentata da valanghe di sabbia, le dune che si disfacevano in tanti piccoli vortici sotto la furia del vento che si scatenava tra le spaccature delle rocce, ventri angusti punteggiati di cristalli oracei. Terra orribile, ma anche molto ricca, panorami di vuoto sconvolti dalle tempeste che letteralmente esplodevano fuori dalle strettoie, bastioni rocciose e vertiginosi crinali. Tutto ciò di cui aveva bisogno era l’acqua… e tanto amore. La vita, pensò, aveva trasformato quelle tremende distese, gratificandole di grazia e movimento.

Quello era il messaggio del deserto. La constatazione quasi lo sbalordì. Avrebbe voluto girarsi verso i suoi aiutanti ammassati accanto all’ingresso del sietch e gridare: «Se volete adorare qualcosa, allora adorate la vita… tutta la vita, ogni suo più piccolo frammento strisciante! Tutti noi facciamo parte della sua bellezza!». Non avrebbero capito. Abituati al deserto, avrebbero capito soltanto il deserto. Per loro, ciò che cresceva sulla sabbia non danzava mai verde e rigoglioso. Premette i pugni sui fianchi, tentando di interrompere la visione. Voleva sfuggire alla sua stessa mente, divenuta ormai una bestia pronta a divorarlo! La sua coscienza era impregnata, appesantita da tutte le cose che aveva assorbito, saturata da troppe esperienze. Disperatamente, Paul spremette questi pensieri fuori dalla sua mente. Stelle! La sua coscienza si ribellò al pensiero di tutte quelle stelle sopra di lui… Un numero infinito. Un uomo doveva esser pazzo per illudersi di dominarne anche una sola goccia.


[Numero: 10]