Deserto il codice segreto della storia

Calma e fatica, i codici del negoziato nel deserto

Ho passato ore nel deserto e con la sua gente. Soprattutto con la gente che non ci vive più, ma che vi torna con la famiglia per passarvi il fine settimana o per farlo vivere e capire anche a te, ospite, in un bivacco serale, in una notte in tenda, a cavallo di un dromedario. Sì, perché la gente che viene dal deserto lo ama e nel deserto ti si rivela nei suoi codici di linguaggio e di vita; che dal deserto sono stati forgiati, nella durezza e nella dolcezza, nei ritmi, nella modulazione del tempo e dello spazio. Già, il deserto, luogo degli estremi. Dove vi hanno trovato origine, non casualmente forse, le tre religioni del Libro. Dove la fa da padrona la sabbia, l’antenata della polvere nella quale siamo inesorabilmente chiamati a tornare. Bisogna viverla, la sabbia, per comprenderne la temibile intensità: si piega docilmente sotto i piedi, ma pian piano ti sfianca, senza che te ne accorga.

Il deserto ha scolpito, nel tempo, una gerarchia di valori e di regole di vita che lo rispecchia, nel bene e nel male, a livello individuale e sociale; solidarietà e ospitalità sono, ancor prima di bandiera dell’altruismo, paradigma di una reciprocità necessitata dalla regola della sopravvivenza in una terra tanto aspra. Al viaggiatore che giungeva alla tua tenda, dopo un cammino necessariamente lungo e sfinente, non si chiedeva nulla: gli si assicurava accoglienza, cibo e riposo, e solo una volta che si era ristabilito - tre giorni, in genere - gli si chiedeva la ragione del suo viaggio. E si decideva della sua sorte. Come in mare, dove il soccorso è addirittura codificato dalla legge e non vuole ricompensa. È proverbiale che chi ti tragga d’impaccio nel deserto, perché ti sei perso o insabbiato o per altro, fingerà di non riconoscerti quando dovesse incontrarti di nuovo: per non dare l’impressione di attendersi riconoscenza.

Alla legge della sopravvivenza si deve anche la declinazione dei rapporti uomo-donna, dove la parità sfuma in modalità totalizzanti di protezione-soggezione, così come la formulazione dell’equazione colpa-pena per chi ferisca la comunità, nei beni e/o negli affetti e come nella legge del taglione. Ambiti nei quali la negoziabilità è rarefatta, ma esiste ed è ancorata a paradigmi tribali che solo il deserto riesce a spiegare. Qui il Corano e la sunna hanno solo sanzionato fideisticamente regole sedimentate nel tempo, a tutela della vita stessa in quelle terre estreme. Come è avvenuto per la dieta alimentare, del resto. Per converso, sempre il deserto e i suoi contrasti e i suoi estremi e l’imperativa necessità di essere pronti alle situazioni e condizioni più improvvise e imprevedibili, sono anche specchio della gamma straordinariamente articolata dei canoni di linguaggio, anche del corpo, delle cadenze temporali, delle tecniche di divagazione e di ritorno al punto centrale, che la gente del deserto riesce ad esibire sul vasto terreno di ciò che è usualmente negoziabile.

Gli interessi, in primis, quelli più agevolmente misurabili, ma non solo. L’obiettivo finale, infatti, che non viene mai perso di vista anche se avvolto in un magma di collateralità più o meno strumentali, è collocato ad una soglia di equilibrio lento a scoprirsi (sembra in arabo non esista l’esatta traduzione della parola compromesso). E se il tempo è gestito come una mera variabile funzionale, quasi che non abbia un suo valore intrinseco, la ricerca del risultato segue percorsi mutevoli, con scarti repentini e pause dilatorie, con tensioni e stalli, in un confronto che può risultare pregiudizievole non assecondare. La pazienza e la calma, inoltre, strizzano l’occhio alla fatica, e la rottura non coincide sempre con la fine della trattativa, ma solo con un rinvio.

Per riposizionarsi e riprendere su una nota diversa, in un continuo gioco di approssimazione e di allontanamento, che siamo chiamati a condividere, associandovi il nostro pentagramma e saggiando via via la resistenza delle rispettive ambizioni e degli interessi che vi sono compresi. Il sospetto del pregiudizio è sempre lì, pronto a toccare un nervo che il nostro rigurgitante occidentalismo e la permanente propensione all’omologazione hanno reso rischiosamente scoperto. Il rispetto delle regole della partita, necessariamente fondato su un piede di riconosciuta e riconoscibile parità, è la partita stessa. Altrimenti il negoziato si fa aspro e la ricerca della mediazione si avvelena di risentimento, di volontà di rivincita, di regolamento di conti. Di tempesta di sabbia che tutto copre e disorienta. E finisce davvero.


[Numero: 10]