Deserto il codice segreto della storia

Arad torrido e secco, sei la mia pietra di paragone

O gni mattina, un poco prima o appena dopo che il sole è spuntato, vado a vedere che cosa c’è di nuovo nel deserto. Il deserto, qui ad Arad, comincia in fondo alla mia strada. Il vento di levante, che arriva dai monti di Edom, provoca qua e là qualche piccolo mulinello di sabbia che prova ad alzarsi da terra ma invano. Palpita un momento, perde la sua forma lanceolata, e si spegne. Le montagne sono ancora occultate dal vapore che risale dal Mar Morto e ricopre il sole che nasce e la catena di un velo grigio, come se non fosse estate e invece già autunno. Ma è un autunno falso: nel giro di due, tre ore, tutto qui sarà secco e torrido. Come ieri. Come l’altro ieri e come una settimana fa e come il mese scorso.

Il deserto è per me la misura delle cose. Una specie di pietra di paragone. È lui che mi dice che cosa conta e che cosa no. Tutto cambia, nel mondo. Solo il deserto resta sempre lo stesso. Lui è sempre qui, sempre lo stesso: questa sua fissità insegna a vedere le cose per il verso giusto. Quando, tornato dalla mia passeggiata quotidiana, sento il giornale radio e dentro l’apparecchio qualche politico sbraita i suoi proclami fitti di «per sempre» e di «mai», ormai so che queste misure di tempo varranno forse sei mesi, forse un anno, magari anche tre. Ma solo il deserto conosce il sempre e il mai: e così se la ride di queste parole gonfie. E me la rido un poco anch’io, insieme a lui.

È proprio questa fissità che diventa il termine di paragone per confrontarvi ciò che nel mondo irrimediabilmente passa, non dura. Questo suo restare fermo, nel tempo e nello spazio, mi dice che cosa è giusto e che cosa no.

Testo raccolto da Elena Loewenthal


[Numero: 10]