Nonno Natale fa regali tutto l anno

Al telefono scoprii quant’era dolce la sua voce

È lei, è la sua voce che ci parla, che è presente. Ma come essa è lontana! Quante volte non ho potuto ascoltarla senza angoscia, come se davanti a quell’impossibilità di giungere a vedere se non dopo lunghe ore di viaggio colei la cui voce era così vicina al mio orecchio, io sentissi ancor meglio tutto ciò che vi è sempre di elusivo anche nelle parvenze del raccostamento più dolce, e a qual distanza noi possiamo in realtà trovarci dalle persone amate, nel momento stesso in cui ci sembra che abbiamo solo da stender la mano per stringerle a noi. Presenza reale, quella voce così vicina: nella separazione effettiva! Ma come l’anticipo, anche, d’una separazione eterna! Tante volte, ascoltando così, senza vedere colei che mi parlava da una tal distanza, mi sembrò che quella voce chiamasse da profondità donde non è dato risalire, e conobbi l’angoscia che mi avrebbe afferrato un giorno, quando una certa voce sarebbe tornata così (sola e ormai distaccata da un corpo che non dovevo più rivedere) a sussurrarmi all’orecchio parole che avrei voluto cogliere con un bacio al passaggio, su labbra che erano ormai fatte polvere.

Quel giorno, purtroppo, a Doncières, il miracolo non ebbe luogo. Quando entrai nella cabina, mia nonna mi aveva già fatto chiamare. Entrai, e la linea era occupata: parlava qualcuno che non sapeva senza dubbio che non c’era nessuno per rispondergli, perché, quando presi il ricevitore, quel pezzo di legno si mise a parlare come un burattino; lo feci tacere, come nel teatro dei piccoli, rimettendolo a posto; ma, al pari di Pulcinella, appena lo riaccostai a me, ricominciò il suo chiacchiericcio. Lasciata ogni speranza, finii, riattaccando definitivamente, per soffocare le convulsioni di quell’oggetto sonoro che sbraitò fino all’ultimo secondo, e andai a cercare l’impiegato il quale mi disse di aspettare un momento. Poi parlai, e dopo qualche istante di silenzio, d’un tratto sentii quella voce, che credevo, a torto, di conoscere così bene: perché fino ad allora, ogni volta che mia nonna mi aveva parlato, io avevo sempre seguito quel che mi diceva sullo spartito aperto del suo viso, dove gli occhi tenevan tanto posto; ma la sua voce in sé, l’ascoltavo per la prima volta.

E, poiché quella voce mi appariva alterata nelle sue proporzioni, dal momento che era un tutto e mi arrivava così, sola e senza l’accompagnamento dei tratti del suo viso, scoprii fino a qual punto essa era dolce. Forse anche non lo era mai stata fino a tal punto perché mia nonna, sentendomi lontano e infelice, credeva di potersi concedere l’effusione di una tenerezza che per «principio» di educatrice essa tratteneva e nascondeva di solito. Era una voce dolce; ma quanto triste, anche: prima di tutto per via della sua stessa dolcezza, quasi decantata, come ben poche voci umane dovettero mai esserlo, pura d’ogni asprezza, di qualsiasi elemento di esistenza agli altri, di qualunque egoismo: fragile a forza di delicatezza, da sembrare ad ogni istante sul punto di rompersi, di spirare in un flusso di lacrime; e poi perché avendola sola presso di me, senza la maschera del viso, vi scorgevo per la prima volta i dolori che l’avevano incrinata nel corso della sua vita. Ed era forse soltanto la voce che, essendo sola, mi dava quella nuova impressione così straziante? Non credo: ma piuttosto l’isolamento di quella voce era come un simbolo, una evocazione, un effetto immediato di un altro isolamento: quello di mia nonna, per la prima volta separata da me. I comandamenti o le proibizioni che essa mi rivolgeva ad ogni istante nella solita vita, il fastidio dell’obbedienza o l’impeto di ribellione che neutralizzavano allora la mia tenerezza per lei, erano soppressi in quel momento, anzi potevano esserlo ormai per l’avvenire (...).

Così, ciò che io avevo là in quella campanula appoggiata all’orecchio, si trovava libero dalle opposte pressioni che ogni giorno gli avevan fatto da contrappeso: qualche cosa di irresistibile perciò, che mi sollevava tutto intero: la nostra mutua tenerezza. Mia nonna, dicendomi di restare, mi diede un bisogno ansioso e folle di ritornare. Quella libertà che essa ormai mi concedeva e alla quale io non avevo mai sospettato che lei potesse acconsentire, mi sembrò d’un tratto così triste come avrebbe potuto essere la mia libertà dopo la sua morte (quando l’avrei amata ancora ma lei avrebbe rinunciato per sempre a me). Gridai: «Nonna, nonna», e avrei voluto abbracciarla; ma non avevo presso di me se non quella voce, fantasma altrettanto impalpabile quanto quello che sarebbe venuto forse a trovarmi quando mia nonna fosse morta. «Parla, parlami.»

Ma allora accadde che, lasciandomi più solo ancora, io cessai d’un tratto di percepir quella voce. Mia nonna non mi sentiva più: essa non era più in comunicazione con me, noi avevamo cessato d’essere l’uno in faccia all’altro, udibili uno per l’altro; io continuavo a interpellarla a tastoni nella tenebra, sentendo che anche da parte sua i suoi richiami dovevano perdersi. Palpitai della stessa angoscia che molto tempo addietro avevo provata, un giorno quando, bambino, l’avevo perduta nella folla, tormentato neppur tanto dal non ritrovarla quanto dal sapere che essa mi cercava, dal sapere che essa si diceva che io la cercavo: angoscia abbastanza simile a quella che proveremo un giorno parlando a chi non ci può più rispondere, e che vorremmo potesse almeno sentire tutto quello che non abbiamo loro detto, e la nostra assicurazione che riusciamo a sopportare il dolore. Mi sembrava che fosse già un’ombra diletta, quella ch’io avevo perduto poco prima fra le ombre e, solo davanti all’apparecchio, continuavo a ripetere invano: – «Nonna, nonna», come Orfeo, rimasto solo, ripete il nome della sua morta.


[Numero: 8]