Populismo come è vecchia la nuova politica

Una madonna di Auschwitz che cancella Solidarnosc

La premier Beata Szydło, ha 52 anni e fino a sette mesi fa era un’oscura deputata del Sejm. Rassicurante nei suoi tailleur blu scuro e poco facile ai sorrisi, è nata a Oswiecim, il nome polacco di Auschwitz, ed è cresciuta a Brzeszcze, nel cuore dell’Alta Slesia, regione di miniere e chiese all’ombra della cattolicissima Cracovia.

Solo il 20 giugno scorso l’ex premier Jarosław Kaczyński, leader del partito della destra ultranazionalista Diritto e giustizia, la nomina candidata premier. Erano dieci anni che aspettava, ubbidiente e devota, con un unico momento di gloria come artefice della vittoriosa campagna elettorale del conservatore Andrzej Duda alle presidenziali di maggio.

Fino a quel 20 giugno Beata Szydło si dedica con tenacia alla famiglia e alla carriera politica, prima come sindaco di Gmina Brzeszcze, 20 mila abitanti, poi dal 2005 come deputato per il distretto di Chrzanów. Sola donna in un mondo di uomini e duro lavoro. È la sua arma, il lavoro. «Dovevo dimostrare che anche una donna è capace di fare». Beata ama raccontare ai giornalisti del calore della famiglia. Radio Maria manda e rimanda le sue interviste sul senso della vita e della politica. Con il marito insegnante Edward tira su due figli, uno studia Medicina e l’altro è in seminario.

È la donna perfetta per Kaczynski. Docile, grande lavoratrice, con un profondo senso della gerarchia. Di più: lei è il simbolo perfetto dell’anima polacca, incarnazione del sacrificio e dei valori cattolici. E, se non bastasse, figlia di un minatore. Lo ripete ossessivamente, in una campagna elettorale subito segnata dalle insinuazioni: si dice che Beata non sia che il burattino di Kaczyński, fratello gemello del presidente Lech, morto nell’incidente aereo nel 2010 che fece 89 vittime, la maggior parte ministri e uomini di fiducia del presidente.

Da subito si inizia a scommettere sul quando l’“ubbidiente soldatina” non verrà rispedita nel pozzo dell’anonimato da cui arriva. Beata si ispira alle politiche dell’ungherese Orbán, ribadisce l’importanza del ruolo dei cattolici e dei valori patriottici, rilancia la crescita attraverso gli investimenti statali e vuole sottrarre il Paese allo “strapotere di Bruxelles”. Fa sue le parole di Kaczynski nel trattare il “problema” dei flussi di migranti, “portatori di malattie e parassiti”. Ma con lei, il rischio di allontanare gli elettori più moderati è basso. È così che la destra anti-Ue trionfa alle elezioni di ottobre. E il capitolo di Beata può iniziare.

I primi passi sono quelli che Adam Michnik, Lech Walesa e l’ex presidente Kwasniewski avevano previsto: una svolta del Paese verso «un’ideologia autoritaria, nazionalistica, clericale, la negazione di tutta la tradizione di Solidarnosc».

Nei primi tre mesi dall’insediamento Szydło abolisce i sussidi per la fecondazione in vitro e vara importanti riforme a favore della famiglia “tradizionale”, ottenendo il supporto di molti vescovi. A inizio dicembre, il governo prende il controllo della corte costituzionale nominando cinque giudici su quindici. L’ultimo giorno dell’anno fa passare una legge che prevede l’immediata sospensione di tutti i membri delle direzioni nonché dei consigli d’amministrazione dei media pubblici. Sarà il ministro del Tesoro a nominare i nuovi responsabili. Un’operazione che, secondo il presidente del parlamento europeo Martin Schultz, ha le «caratteristiche di un colpo di stato». Le previsioni dell’opposizione sembrano avverarsi una dietro l’altra: «Il governo cercherà di controllare i media e il sistema giudiziario».

Mentre Kaczynski, incontra in gran segreto Orban per studiare una strategia anti-Bruxelles, che ha ammonito la Polonia per possibili violazione dello stato di diritto, Beata lavora allo scoperto. In una conferenza stampa annuncia che la Polonia non accetterà le quote di migranti. Per le fotografie e i video dell’annuncio rifiuta di esporre la bandiera della Ue accanto a quella polacca.

E ora, la vera scommessa della figlia del minatore sarà mantenersi in equilibrio tra vecchie e nuove alleanze, sempre che le relazioni ogni giorno più strette con Bucarest e più sfilacciate con l’Europa non facciano saltare tutto il banco.


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