Populismo come è vecchia la nuova politica

Una bottiglia di vodka

Narod, popolo, è una delle parole chiave della Russia. Dai narodniki, i populisti della seconda metà dell’800 che “andavano dal popolo” con l’intento di civilizzare le campagne, alla narodnost’, componente di difficile traduzione della triade del conte Uvarov, ministro di Nicola I, che la abbinava all’autarchia e all’ortodossia, dove la “nazionalità” (tradotta anche come “populismo”) è la lealtà del popolo a Dio e allo zar, e l’attaccamento alle radici della tradizione nel rifiuto dell’individualismo, del razionalismo e dei liberi costumi europei. Una sorta di anti “Liberté, Egalité, Fraternité”. Il comunismo sovietico proclamava che “Il popolo e il partito sono uniti”, emetteva infinite condanne dei “nemici del popolo” a nome del medesimo, e usava la frase fatta “tu non sei il popolo”, lanciata per tacitare un avversario. Dove il popolo è usato nella doppia accezione di “masse semplici” e di “maggioranza unanime”, in un modello composto dal narod e dallo zar, in cui il secondo ha un legame quasi mistico con il primo, senza l’imposizione di corpi intermedi come parlamenti e partiti. Un modello riesumato con naturalezza anche da Vladimir Putin, amato dal popolo che difende e al quale dà voce: “Il popolo russo ha abbastanza cuore e cervello per capire”, dice nella sua ultima intervista. Curioso che il termine “populismo” di matrice latina invece arriva nel vocabolario russo solo con la perestroika e, a differenza della “narodnost” che ha sempre una connotazione positiva, si appiccica subito come etichetta negativa a politici come Vladimir Zhirinovsky, che prometteva “un uomo a ogni donna e a ogni uomo una bottiglia di vodka” e a tutti insieme di “bagnare gli stivali russi nell’oceano Indiano”. All’epoca sembrava appunto populismo sfrenato, oggi, almeno per quanto riguarda gli stivali da pucciare in acque lontane, è diventato realtà.


[Numero: 12]