Populismo come è vecchia la nuova politica

Un Maidan a Varsavia contro la setta Kaczynski: vogliamo restare nell’Ue

Le manifestazioni del 12 e 13 dicembre 2015 rappresentano la prima tappa della battaglia « Kaczynski contro lo stato polacco». L’offensiva del PiS (Diritto e Giustizia, il partito al potere) contro l’indipendenza della Corte costituzionale si è trasformata in un conflitto politico dove la posta in gioco è mantenere o meno le conquiste degli ultimi venticinque anni: uno stato di diritto, una democrazia liberale e la libertà dei cittadini. Nessuno può farsi illusioni circa la gravità della minaccia: siamo di fronte al più serio tentativo dell’ultimo quarto di secolo di allontanare la Polonia dal cammino che l’ha condotta alla Nato e all’Unione Europea. E che ci ha garantito un futuro di sicurezza e di vita relativamente agiata.

Conosciamo fin troppo bene il nostro avversario, poiché è già la terza volta che Jarosław Kaczynski tenta di modellare la Polonia a suo piacimento. Nel 1992 ha sostenuto il governo di Jan Olszewski, il quale appena prima di dimettersi aveva chiesto: «A chi appartiene la Polonia?» sottintendendo che lo Stato non appartenesse né a Lech Wałesa né a chi che sia, ma al suo governo. Negli anni 2005-2007, la “purificazione” doveva trasformare radicalmente il paese – non si trattava tanto di un modo per allontanare i vecchi agenti della polizia comunista dalla vita sociale, politica e intellettuale quanto di uno strumento per modificare la struttura delle élites. Oggi, il presidente del PiS ci riprova per la terza e, forse, ultima volta. Ecco perché non va tanto per il sottile: la Polonia deve essere “presa per il collo” rapidamente e una volta per tutte. Kaczynski ha preso a modello Viktor Orbán e il suo metodo di governo, dichiarando però di non voler commettere gli stessi errori del primo ministro ungherese. Ha anche le sue motivazioni personali: punire coloro che a suo avviso sono i responsabili della morte del fratello gemello [Lech Kaczynski, presidente della Polonia dal 2005 al 2010, morto in un incidente aereo il 10 aprile 2010 a Smolensk, in Russia].

L’unica domanda che vale la pena porsi a questo punto è se le istituzioni indipendenti dello Stato, l’opposizione e, soprattutto, la società saranno in grado di opporsi in maniera efficace: 1. Il Presidente del Pis si presenta come un leader osannato e non vuole sottostare ad alcun compromesso. Kaczynski vuole il potere assoluto; 2. La società non deve lasciarsi dominare dalla paura: sopravvalutare la forza dell’avversario sarebbe la cosa peggiore. Kaczynski non è un cobra che ipnotizza e paralizza la sua vittima con uno sguardo. È un uomo che sta invecchiando e la cui mente è dominata dalle fobie sviluppate in anni di fallimenti. Lui e il PiS appartengono al passato mentre il resto della Polonia guarda al futuro; 3. Dal punto di vista intellettuale, il PiS oggi è vuoto come una brocca vecchia. Kaczynski si batte sul terreno dei valori, per una definizione dell’essere polacchi e per imporre criteri d’esclusione dalla comunità nazionale. Il suo modello è quello di una setta; 4. Kaczynski non ha a disposizione gli strumenti del passato, la “decomunizzazione” e la “purificazione”, per cambiare le élites. Al PiS non rimane che il “criterio etico”. La “caccia alle streghe” vuole colpire coloro che hanno servito il potere precedente in modo “un po’ troppo fervente”; 5. In cambio di una partecipazione alla gestione del potere, Kaczynski esige che il candidato firmi una carta di rinuncia a ogni etica e di obbedienza totale al presidente, implicando la partecipazione ad atti illegali; 6. La situazione è grave ma le ragioni per essere ottimisti sono numerose. La Polonia non è l’Ungheria: nel nostro paese la democrazia è ben radicata. La società è capace di mobilitarsi, l’opposizione non è morta; 7. La classe politica può contare sulla popolazione, perché l’attrazione della società verso il populismo ha i suoi limiti. I polacchi sono contenti di essere nell’Ue. Agitare la minaccia di un maremoto di migranti non basterà; 8. La risposta dell’opposizione e quella della popolazione che la sostiene devono essere identiche – per la Polonia, la migliore via d’uscita da questo scontro sempre più radicale sono elezioni presidenziali e parlamentari anticipate. 9. Dopo le manifestazioni, non è più da escludere un Maidan a Varsavia. Cinquantamila manifestanti sono tanti ma ancora pochi per creare una massa critica che porti un cambiamento di regime. Le rivoluzioni vincono nel momento in cui hanno dalla loro parte il sostegno dei capitali. Gli abitanti di Varsavia devono sapere che le manifestazioni raggiungeranno la massa critica solo quando mobilizzeranno almeno 250.000 persone. Ogni manifestante ne deve portare altri quattro. Kaczynski ha seriamente deciso di cambiare la Polonia e non farà marcia indietro. Poco conta il prezzo da pagare per la popolazione e lo Stato, la Polonia non sarà più degna della propria storia se Kaczynski raggiungerà i suoi obiettivi oggi, dopo aver già fallito due volte.

Traduzione di Laura Aguzzi


[Numero: 12]