Erdogan Il sogno del Sultano

Soldati, eunuchi, concubine: il corteo del Sultano

Il pascià camminava alla testa dell’esercito, con due code di cavallo, insegna della sua dignità. Dietro a lui, si vedeva di lontano un vivissimo luccichìo. Erano ottomila cucchiai di rame confitti nei turbanti di ottomila giannizzeri, in mezzo ai quali ondeggiavano le penne d’airone e scintillavano le armature dei colonnelli, seguiti da uno sciame di servi carichi di armi e di vivande.

Sopra le schiere serrate sventolavano stendardi di mille colori, ondeggiavano code di cavallo, s’urtavano lancie, spade, archi, turcassi, archibugi, in mezzo ai quali si vedevano appena le faccie annerite dal sole delle guerre di Candia e di Persia; e i suoni scordati dei tamburi, dei flauti, delle trombe e delle timballe, la voce dei cantanti che accompagnavano i giannizzeri, il tintinnio delle armature, lo strepito delle catene, le grida di: Allà, si confondevano in un frastuono festoso e terribile, che dal campo di Daud-Pascià si spandeva fino all’altra riva del Corno d’oro.

L’avanguardia è passata: un altro sfolgorìo s’avanza. È il Sultano? No, il Nume non è forse ancora uscito dal tempio. Non è che il corteo del vizir favorito. Sono quaranta agà vestiti di zibellino, su quaranta cavalli dalle gualdrappe di velluto e dalle redini d’argento, a cui tien dietro una folla di paggi e di palafrenieri pomposi, che conducono a mano altri quaranta corsieri, bardati d’oro, carichi di scudi, di mazze e di scimitarre.

Viene innanzi un altro corteo. Non è ancora il Sultano. Sono i membri della Cancelleria di Stato, i grandi dignitari del Serraglio, il gran tesoriere, accompagnati da una banda di suonatori e da uno sciame di volontarii coi berretti purpurei ornati d’ale d’uccelli, vestiti di pelliccie, di taffettà incarnato, di pelli di leopardo, di kolpak ungheresi, e armati di lunghe lancie fasciate di seta e inghirlandate di fiori.

Un’altra folla compare. Gli spettatori accalcati si prostrano: è il Sultano! Non è ancora il Sultano; il carroccio dei musulmani, intorno a cui s’alzeranno mucchi di cadaveri e scorreranno torrenti di sangue, la bandiera verde del Profeta, l’insegna delle insegne, che sventola in mezzo a una turba feroce di dervis coperti di pelli d’orso e di leone, in mezzo a una corona di sceicchi predicatori dall’aspetto ispirato, ravvolti in mantelli di pelo di cammello; fra due schiere d’emiri, discendenti di Maometto, coronati di turbanti verdi, che levano tutti insieme un clamore minaccioso e sinistro di evviva, di ruggiti, di preghiere, di canti.

Passato il corteo del gran vizir, scoppia una musica fragorosa di trombe e di tamburi, gli spettatori fuggono, il cannone tuona, uno stuolo di battistrada irrompe fuor della porta mulinando le scimitarre, ed ecco in mezzo a una selva fitta di lancie, di pennacchi e di spade, tra uno sfolgorio abbagliante di caschi d’oro e d’argento, sotto un nuvolo di stendardi di raso, ecco il Sultano dei Sultani, il re dei re, l’ombra di Dio sulla terra, l’imperatore e signore sovrano del mar bianco e del mar nero, della Rumelia e dell’Anatolia, della provincia di Sulkadr, del Diarbekir, del Kurdistan, dell’Aderbigian, dell’Agiem, dello Sciam, di Haleb, d’Egitto, della Mecca, di Medina, di Gerusalemme, di tutte le contrade dell’Arabia e dell’Yemen e di tutte le altre provincie conquistate dai suoi gloriosi predecessori ed augusti antenati o sottomesse alla sua gloriosa maestà dalla sua spada fiammeggiante e trionfatrice. Il corteo solenne e tremendo passa lentamente, aprendo a quando a quando un piccolo spiraglio; e allora s’intravvedono i tre pennacchi imperlati del turbante del Dio, il viso pallido e grave e il petto lampeggiante di diamanti; poi il cerchio si richiude, la cavalcata s’allontana, le scimitarre minacciose s’abbassano, gli spettatori atterriti rialzano la fronte, la visione è svanita.

Al corteo imperiale tien dietro una folla d’ufficiali di corte, di cui uno porta sul capo lo sgabello del Sultano, un altro la sciabola, un altro il turbante, un altro il mantello, un quinto la caffettiera d’argento, un sesto la caffettiera d’oro; passa il drappello degli eunuchi bianchi, passano trecento ciambellani a cavallo, vestiti di caffettani candidi; passano le cento carrozze dell’arem dalle ruote inargentate fiancheggiate da una legione d’eunuchi neri; nuvoli di bandiere, selve di pennacchi, che vanno a rovesciarsi sull’Europa come una maledizione di Dio, lasciando dietro di sè un deserto sparso di macerie fumanti e di piramidi di teschi.


[Numero: 14]