Mettiamoci passione

Per non farmene una ragione mi sono ridotto a uno straccio

Farsene una passione. C’è forse qualcosa di più estenuante che farsene una passione? Che è come farsene una malattia. Quello che bisognerebbe è farsene una ragione. Sempre. Farsene una ragione sistema tutto, farsene una ragione è il lenitivo principe, il remedium assoluto. Certo che a farsene una ragione di ogni cosa si tende a rilassare un po’ la peristalsi dei moti dell’animo, sopraggiunge la stitichezza affettiva, e quella emotiva, e quel morboso assopimento della pulsione più intima tra tutte, detta imperativo morale. È vero, ma è altresì di antica sapienza la certezza che a farsene una ragione si campa quasi in eterno. Mentreché se ti prende che te ne fai una passione allora è come essersela andata a cercare. La consunzione, lo smarrimento, la diarrea emotiva, l’emotisi etica, la premorienza. È verità. Per questa storia di farsene una passione io sono stato anche curato, un tempo che per tutto il mio appassionarsi m’ero ridotto a uno straccio e si temeva per la mia stessa vita. Lei è vittima del suo lobo cerebrale destro, e così il suo problema è che anche per comprarsi una michetta di pane lei deve amare il fornaio che la sforna e se no piuttosto digiuna, capisce che non po’ andare avanti. E purtroppo è così, che finché dura vado avanti, altroché, perché la cura non l’ho fatta e ogni volta che voglio mangiarmi un pezzo di pane mi faccio tre chilometri, è laggiù in fondo a corso Mazzini che c’è il fornaio del mio cuore. Per non parlare del resto, che in fondo la michetta è il meno, e continuo a farmi una passione di tutto, finanche della Costituzione della Repubblica. Non durerà tanto. Ma nel mentre mi dissipo, gioisco di un inespugnabile seppur incauta euforia. Dovessi anche finire alla Termopili, sarà sempre più interessante che andare a farsene una ragione nell’agorà.


[Numero: 15]