Maschi e femmine che differenza c è

Non opprimiamo i neonati con il genere

Il termine gender ha assunto per la prima volta il suo senso all’interno di una sequenza narrativa che si è sviluppata nel contesto della teoria femminista anglofona. Anzitutto c’era il sesso, concepito come dato biologico, poi veniva il gender, interpretazione o costruzione di questo dato biologico in una categoria sociale. Si pensava che la natura venisse per prima.

Tuttavia è emerso che, se si considera il genere solo come i significati culturali che il sesso acquista in ogni contesto sociale, allora esso è ancora connesso con il sesso, e non potrebbe essere concettualizzato senza di questo. Ripensare la distinzione tra sesso e genere implicava anche una presa di distanza dalla linguistica strutturale e dalla antropologia culturale. Tale distanza divenne più rilevante dal momento in cui si cominciò ad ammettere che il sesso e il genere hanno delle storie diverse a seconda del contesto linguistico in cui operano.

«Gender» è attualmente il nome per una serie di dibattiti sul modo di pensare intorno alla dimensione biologica, a quella cromosomica, psicologica, culturale e socioeconomica di una realtà corporea vivente. Coloro che dibattono questioni relative alla differenza sessuale e al genere tendono a fare congetture riguardo a ciò che accade al principio della vita, riguardo a come i neonati sono percepiti e nominati e su come la differenza sessuale si scopre o si installa. Secondo Jean Laplanche l’assegnazione di genere avviene proprio al principio della vita, ma come tutti i potenti elementi di interpellazione essa emerge sotto forma di molto «rumore» dal punto di vista di un bambino che non possiede ancora la competenza linguistica per comprendere ciò che viene detto intorno a lui. In questo senso l’assegnazione di genere avviene sulla scena dell’impotenza infantile. Essere chiamato un genere significa essere sottoposto a un significante enigmatico e opprimente. Vuol dire anche essere stimolati in maniere che rimangono, in parte, completamente inconsce. Essere chiamato un genere vuol dire essere sottoposti a una certa domanda, a una certa intrusione e seduzione, senza sapere bene quale potrebbe essere il senso di quella domanda. In effetti nell’essere sottoposto al genere il bambino si trova nella situazione di dover fare una traduzione.

Insomma non si nasce in un mondo e ci si imbatte poi in una serie di opzioni di genere; piuttosto il genere opera come una parte delle condizioni discorsive generalizzate che sono «indirizzate» in modo enigmatico e opprimente al neonato e al bambino e che continuano a essere indirizzate nel corso di tutta la vita corporea di una persona. Laplanche sostiene che il genere precede il sesso e suggerisce che esso anticipi l’emergere di una «immagine del corpo sessualmente e genitalmente differenziata».

La questione allora potrebbe non essere «che genere sono?» ma, piuttosto, «che cosa vuole il genere da me?» o persino «il desiderio di chi viene trasmesso attraverso l’assegnazione di genere che ho ricevuto e come posso eventualmente rispondere? Presto – datemi un modo per tradurre!».

*Considerata tra le principali teoriche

dei gender studies e del movimento Queer.

Testo estratto da Dictionary of Untranslatables:

A Philosophical Lexicon, 2014 (traduzione Sara Fortuna)


[Numero: 11]