Viaggio alla fine della vita

Non è lontano il momento... Miei buoni compagni, niente paura

Non è lontano il momento che io

dovrò per legge di natura morire;

e debbo prevedere che i miei amici più cari

vi cercheranno un tornaconto loro;

anche se non si vede bene come

la mia morte potrebbe avvantaggiarli.

Però mi sembra quasi di sentirli:

«Hai visto, il Decano, che crollo!

Pover’uomo, deperisce a vista d’occhio,

glielo vedi chiaramente scritto in faccia.

Quella vecchia vertigine, nella sua testa,

non lo lascerà più, fino alla morte.

E poi, la sua memoria peggiora;

perde il filo di quello che dice;

non riesce a ricordarsi dei suoi amici;

dimentica il locale dove ha appena pranzato;

con le sue storie è sempre più assillante,

le avrà già raccontate cinquanta volte.

Come può credere che stiamo lì seduti

a sentire la sua arguzia fuori moda?

Perciò va coi più giovani, disposti a sopportare

le sue facezie per amore del suo vino.

Deve proprio abbreviare le sue storie,

o cambiare compagni ogni quarto d’ora;

in metà del tempo che lui perde in preliminari,

bisognerebbe aver già pronti i sostituti.

«In poesia, la sua stagione è passata,

ci mette un’ora a trovare una rima:

il suo fuoco è spento, lo spirito svanito,

la fantasia un relitto, la Musa una donnetta.

Vorrei convincerlo a gettare la penna; ma

non si ragiona con certe persone».

Il loro affetto, poi, si vede in questo,

che mi aumentano gli anni con prodigalità:

«È più vecchio di quanto vorrebbe far credere,

si ricorda perfino di Carlo Secondo.

Non riesce più a bere una pinta di vino;

e questo, ho paura, non è un segno buono.

Anche il suo stomaco comincia a indebolirsi.

L’anno scorso ci sembrava arzillo e forte,

ma adesso è tutta un’altra cosa; spero

che riesca ad arrivare a primavera».

Si complimentano poi con se stessi:

«Noi non siamo ancora così malmessi».

Date le circostanze, parlano per metafore,

e attraverso i timori esprimono le attese:

per presagire una grande sventura

nessun nemico può eguagliare un amico.

Con tutto l’affetto che professano,

il merito di un pronostico azzeccato

(quando il quotidiano «Come sta?» è di rigore,

e i servi rispondono: «Peggiora, peggiora»)

gli dà maggior soddisfazione che dire:

«Dio sia lodato, il Decano è guarito».

Colui che fu miglior profeta, allora,

vanta con gli altri la sua preveggenza:

«Lo sai che ho sempre temuto il peggio,

fin dall’inizio l’ho detto e ridetto ».

Vorrebbe vedermi morto, piuttosto che

si dimostrasse falsa la sua previsione.

Nessuno fa il pronostico di una mia guarigione;

tutti d’accordo mi danno per spacciato.

Però, se un mio vicino sentisse un dolorino

proprio nei punti che fan male a me,

quanti messaggi non mi manderebbe.

Che fervide preghiere per farmi guarire!

Chiederebbe che regime ho seguito,

cosa mi ha dato sollievo, come ho dormito.

Si lamenterebbe più lui alla mia morte

di tutti i piagnoni attorno al mio letto.

Miei buoni compagni, niente paura; potrete

magari sbagliarvi di un anno; potranno

i vostri pronostici forse peccare

di fretta eccessiva; ma si avvereranno.


[Numero: 13]