Populismo come è vecchia la nuova politica

Negli Usa Trump non è solo: il rischio autoritarismo esiste

Il populismo che spinge Donald Trump e Bernie Sanders negli Stati Uniti, ma anche quello che alimenta fenomeni come Podemos in Spagna e Le Pen in Francia, ha tutto la stessa radice: la diseguaglianza economica e la crisi del capitalismo. Il problema è che di questo passo «gli Usa rischiano la svolta autoritaria, e l’Europa il ritorno ai nazionalismi che avevano provocato le due guerre mondiali».

A lanciare questo avvertimento è Robert Reich, professore all’università di Berkeley e segretario al Lavoro durante l’amministrazione Clinton, che vede un solo rimedio possibile: «Affrontare i nostri problemi economici con un riformismo che metta il sistema al servizio di tutti». Altrimenti, che sia Trump o un altro, il risultato sarà sempre lo stesso. L’agitatore darà l’impressione di puntare sull’anti politica, per penalizzare i politici di professione che sono per definizione corrotti, ma non avrà successo per questo presunto moto di pulizia etica. Vincerà, invece, perché la gente si sentirà esclusa dal progresso economico che un tempo sollevava la classe media, e scambierà il populismo per il rimedio a questa insoddisfazione. Una ricetta per fermare la deriva però esiste, e Reich pensa di averla descritta nel suo ultimo libro intitolato Come salvare il capitalismo.

Lei sostiene che il costruttore miliardario Donald Trump, e il senatore socialista Bernie Sanders, sono due facce della stessa medaglia?

«Il sentimento anti establishment negli Stati Uniti è molto forte, e questa è la ragione per cui Hillary Clinton e Jeb Bush stanno andando peggio del previsto nella campagna presidenziale americana. I nostri elettori sono stanchi della vecchia politica. Però ci sono due modelli contrapposti di questo sentimento: uno è il populismo riformista, in cui si sfrutta il risentimento della gente per migliorare il sistema; l’altro è quello autoritario, in cui una persona sostiene di avere tutte le soluzioni senza offrirne i dettagli, punta il dito contro dei capri espiatori, e sollecita la gente a seguirlo. Non voglio tirare in ballo Berlusconi, ma è una figura che gli assomiglia molto. Sanders in questo momento incarna il primo modello, e Trump il secondo. Finora, nella loro storia, gli Usa non si sono mai lasciati andare all’autoritarismo: hanno sempre reagito, quando questo rischio si è presentato. Stavolta, però, è una possibilità concreta».

Perché?

«Nel mondo non c’è mai stata tanta diseguaglianza, per tre motivi principali. Primo, la globalizzazione ha trasferito parecchi posti di lavoro della classe media in paesi dove i salari sono bassi; secondo, i cambiamenti tecnologici, il software, i robots, hanno rimpiazzato molti dipendenti; terzo, le persone più ricche hanno acquistato una forte influenza politica con cui hanno riscritto le regole del capitalismo a loro favore».

È un problema che riguarda allo stesso modo gli Stati Uniti e l’Europa?

«Sì. L’unica differenza, per certi versi più preoccupante, è che da voi al sentimento anti establishment si aggiungono anche il nazionalismo e la diffidenza verso gli immigranti. L’austerity voluta principalmente dalla Germania è stata un errore gravissimo, perché quando la gente è disoccupata non ha senso tagliare le spese pubbliche».

Per questo, attraverso il populismo, vede il rischio di una svolta autoritaria negli Stati Uniti, e di un ritorno in Europa ai nazionalismi che avevano provocato le due guerre mondiali?

«Sì, mi sembrano pericoli concreti in entrambi i continenti».

È il sentimento che in America ha fatto crescere Trump a destra, e messo in difficoltà Hillary Clinton a sinistra?

«La grande sfida a cui Hillary non è ancora riuscita a trovare risposta è la necessità di apparire al pubblico come una riformista, invece che una insider washingtoniana legata all’establishment. Secondo me potrebbe ancora persuadere gli americani di essere questo tipo di politico, ma finora il candidato del populismo progressista è stato Sanders».

Lei propone di salvare il capitalismo, invece di abbatterlo, per fermare l’uragano del populismo. Perché?

«Io non credo che esistano alternative. Non le vedo. Anche i paesi scandinavi, cioè quelli con un welfare molto sviluppato a cui si ispira lo stesso Sanders, oppure la Cina, che sta diventando il rivale economico degli Stati Uniti, sono in realtà capitalisti. Il problema non è tanto il modello, quanto il fatto che il sistema funziona al servizio di pochi, non di tutti. Nella loro storia, gli Stati Uniti si sono già trovati quattro volte in situazioni simili di crisi, ma hanno sempre scelto la strada delle riforme, per salvare il capitalismo da se stesso».

Come proporrebbe di realizzare queste riforme in Europa?

«So bene che esiste un forte risentimento contro la moneta unica, in parte anche giustificato. Sul piano economico, però, il vostro continente è molto più forte e unito. Ci sono problemi strutturali, come ad esempio il fatto che le esportazioni dal sud sono sopravvalutate e quelle dal nord sottovalutate, ma possono essere risolti senza cancellare l’euro. Negli Usa, ad esempio, gli stati più prosperi sovvenzionano quelli più poveri. Tutta la questione però torna sempre alle scelte politiche, e quindi alla domanda centrale che resta una: gli europei sentono di avere una responsabilità verso tutto il continente, oppure solo verso il proprio paese?».

Cosa propone di fare invece negli Stati Uniti, per togliere il vento dalle vele del populismo, che minaccia di condurre il paese verso la svolta autoritaria?

«Bisogna alzare le tasse ai ricchi, investendo poi in settori come l’istruzione, che consentono a tutti di crescere nella scala sociale. Già sento i conservatori che rispondono, dicendo c he la redistribuzione è stata già provata in passato, e deprime solo l’economia. Io replico con due fatti. Primo, tra il 1945 e il 1980 le tasse per i ricchi negli Usa erano molto più alte di oggi, e la nostra economia cresceva in maniera molto più veloce e inclusiva di adesso, dando alla classe media la certezza di avere sempre una prospettiva di miglioramento davanti a sè. Secondo, la riduzione del carico fiscale per i più benestanti non ha mai prodotto quello sgocciolamento del benessere verso il basso promesso da Ronald Reagan, visto che le paghe medie da allora in poi sono rimaste ferme. Non si può criticare il trasferimento della ricchezza verso il basso, se non si considera che il trasferimento politico verso l’alto è già avvenuto, proprio tramite il finanziamento delle campagne in cui sono state elette persone che poi hanno riscritto le regole a favore di chi aveva dato loro i fondi. Se non si spezzerà questo circolo vizioso, non si fermerà il populismo».


[Numero: 12]