Erdogan Il sogno del Sultano

Lui resterà sempre “uno di noi”: ha messo fine alla tutela dei militari

Tra il 1994 e il 1999, Recepì Tayyip Erdogan è stato il sindaco di Istanbul, ed è da questa città che ha iniziato la sua avventura nella vita pubblica, superando brillantemente la battuta d’arresto di 4 mesi di carcere, a cui era stato condannato per aver recitato una poesia. È stato un sindaco giovane, carismatico e dinamico, che ha portato una ventata di aria fresca nella città: gli abitanti che oggi hanno più di quarant’anni ricordano ancora le molte ore trascorse nel traffico, la carenza di infrastrutture, l’inquinamento, i servizi pubblici inesistenti e una città avvolta in un torpore totale.

Il grande sostegno pubblico di cui Erdogan gode ancora oggi non è dunque il risultato di qualche magia politica, ma il frutto di un consenso raccolto tra le fasce più povere della società per i servizi di cui ora godono, per le riforme sociali e la crescita economica di cui beneficiano.

Dal 2002, il partito di Erdogan, l’Akp, ha vinto tre elezioni nazionali, tre elezioni locali, due referendum e infine lui è stato eletto presidente: chi osserva la Turchia dal punto di vista dei media occidentali o dei social network ha buon gioco nel concludere che si tratti di un despota orientale che governa usando l’oppressione e la repressione. Ma è sufficiente una sola visita in Turchia per farsi un’altra idea: ci si trova di fronte un paese più democratico, più prospero e più influente di quanto non fosse prima del 2002, come dimostra l’estinzione, in un decennio, del debito contratto con il Fondo Monetario Internazionale e una crescita economica che ha toccato le due cifre.

Chi rimprovera a Erdogan una scarsa attenzione ai diritti sociali, dovrebbe ricordare che è stato lui a mettere fine alla dominazione dell’esercito e alla tutela dei militari nella politica turca, approvando leggi che hanno concesso significativi diritti e libertà a tutti i segmenti della società, compresi i non-musulmani. A differenza di quanto accadeva prima, infatti, ora lo Stato sostiene le fondazioni delle minoranze, le scuole e giornali, e ha pagato più di 2,5 miliardi di dollari di risarcimento alle associazioni delle minoranze che in passato sono state perseguitate. La Cattedrale armena della Santa Croce sul Akdamar Island e il Monastero di Sumela sono stati riaperti per le funzioni religiose, e con Erdogan, per la prima volta, sono state fatte le condoglianze agli armeni per gli eventi del 1915. Il rigoroso regime di uniformità che rendeva lo Stato turco burocratico, asfissiante, e senza volto, è stato trasformato da Erdogan in una struttura responsabile che promuove la stabilità, la crescita e gli investimenti.

I segmenti urbani più poveri, da sempre ignorati, hanno dal primo momento visto Erdogan come “uno di noi”, che ha realizzato molte riforme per migliorare le loro condizioni di vita: la rivoluzione nei servizi di sanità pubblica ha consentito la diffusione dei servizi medici gratuiti e completi in tutto il paese e trasformato la Turchia in un importante centro di turismo sanitario. Per molti turchi Erdogan è come un padre o un fratello: può capitare di vedere la sua auto fermarsi per fare quattro chiacchiere con i tassisti a una fermata di taxi, oppure visitare una famiglia povera per chiedere come stanno andando le cose. Una volta, quando si era diffusa la voce che fosse malato, ci sono state persone che da tutto il paese gli hanno fatto recapitare rimedi e farmaci locali. Perché qualsiasi cosa si dica di lui, resterà sempre “uno di noi”, a differenza delle precedenti élites, che guardavano il popolo dall’alto in basso.


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