Maschi e femmine che differenza c è

L’identità personale è un mosaico: bisogna rispettarne la ricchezza

Gender, trans, travestito. Partiamo dall’uso delle parole. In questo incrociarsi di termini spesso male adoperati si annida il germe dell’incomprensione. «Una superficialità non innocente, perché la confusione finisce per far comodo», segnala Simona Argentieri, membro ordinario dell’Associazione Italiana di Psicoanalisi e dell’International Psychoanalytical Association, autrice fra l’altro per Einaudi di A qualcuno piace uguale, Il padre materno, L’ambiguità. Per fare chiarezza, cominciamo dalle definizioni.

È proprio la parola gender, dottoressa Argentieri, ad aver subito lo slittamento semantico più clamoroso: dalle cattedre americane degli Women’s Studies, con le elaborazioni teoriche delle femministe che valorizzavano le differenze fra maschile e femminile, alle polemiche di oggi, dove alla “teoria del gender” si attribuiscono le peggiori nefandezze. È per combattere lo spettro del gender che, per esempio, in alcune scuole si sono proibiti certi libri per l’infanzia.

«Ma prima di arrivare al gender, proprio per amore di chiarezza, occorre fare un passo indietro. La cultura che precede la cosiddetta teoria di genere riteneva che l’identità di una persona fosse molto netta, legata alla dimensione biologica della sessualità. Ci si basava sull’assunto che essere maschio o femmina fosse un fatto evidentissimo e derivato in modo lineare dall’anatomia. Era una visione sommaria, tagliata con l’accetta. E anche molto mortificante, perché si pretendeva di far rientrare nella dimensione biologica aspetti culturali e pregiudizi, attribuendo per esempio agli uomini il coraggio o l’intuitività alle donne ».

Alla fine, qualcuna si è ribellata.

«E infatti arriva, negli Anni Sessanta, l’elaborazione femminista sulla teoria del gender o del genere, che sgancia dalla biologia il processo di costruzione identitaria della persona. Si è trattato indubbiamente di un’importante rivoluzione del pensiero. Ancora una volta, però, dobbiamo fare uno sforzo in più».

Non solo natura, non solo cultura. Che altro?

«L’identità di una persona è un mosaico composito di cui bisogna rispettare la ricchezza. C’è un primo livello, biologico: l’anatomia, gli ormoni, la fisiologia. Il secondo livello attiene al senso psicologico di appartenenza: posso avere un corpo femminile ma nella mente sentirmi un maschio, e viceversa. Il terzo è quello delle pulsioni sessuali: posso avere un corpo femminile ed essere attratta sessualmente o da maschi o da femmine, e viceversa».

E non è detto che il fatto di sentirsi uomo in un corpo di donna corrisponda a preferenze sessuali maschili.

«Infatti molti omosessuali maschi non si sentono affatto femmine: anzi, l’ omosessualità è un modo di rinforzare la propria mascolinità».

Torniamo ai livelli. Il quarto?

«Attiene alle convenzioni e ai ruoli culturali. Ne aggiungerei almeno un quinto, metaforico: in molte lingue, non esistendo il neutro, siamo costretti a designare gli oggetti inanimati al maschile o al femminile. La tendenza universale della mente umana, insomma, cerca di distinguere, e il modo più semplice per farlo pare essere quello di dire “maschile” e “femminile”. Peccato che tutto questo sia illusorio. La realtà è quella di un caleidoscopio molto complesso, che in passato si tentava di ridurre in modo rozzo, ricorrendo all’anatomia. Oggi, però, c’è un altro tipo di confusione».

Ossia?

«Si ignorano i livelli di cui le ho parlato, si scavalca la complessità del tema e, scambiando per un diritto un desiderio, una fantasia, ci si limita a parlare di appagamento dei diritti. Ma se non si fa attenzione alla complessità si corre il rischio di ribaltare il pregiudizio senza averlo attraversato».

Torniamo a fare ordine nella terminologia.

«Una volta, alcune aree si definivano come patologiche. Si distingueva il transessuale dal travestito. Il transessuale era una persona che viveva in un corpo maschile o femminile ma che si sentiva psicologicamente appartenente al sesso opposto. Il travestito era un maschio - ricordi che un tempo le perversioni sessuali erano attribuite solo all’uomo - che teneva moltissimo ai propri genitali funzionanti e che però provava piacere nel vestirsi da femmina. Oggi, tutto viene collocato sotto la più generica categoria del transgender. Ma se è vero che la realtà presenta situazioni sfumate, credo che usare la vaghezza per non far lo sforzo di pensare non aiuti. Trovo per esempio fuorviante mescolare omosessualità e gender».

All’omosessualità lei ha dedicato un libro, A qualcuno piace uguale.

«Omosessuale non è una categoria precisa in psicoanalisi. È un dato esteriore che dice molto poco dell’organizzazione psicologica di una persona: quel che conta non è il genere sessuale del partner, ma la qualità del rapporto, la capacità di amare. Quanto al mescolare situazioni diverse, capisco che la potenza dei numeri aiuti a ottenere dei risultati sul piano politico: ma se trascuriamo il piano psicologico rischiamo molto. Occorrono cautela, rispetto, pazienza, tolleranza vera e non di comodo. C’è per esempio un elemento scottante e urgente, che mi angoscia molto».

Le terapie prepuberali, a cui fa cenno in un suo recente saggio su MicroMega?

«Dall’Olanda, sento che si stanno diffondendo in Gran Bretagna e anche in Italia. Consistono nella somministrazione di farmaci per arrestare lo sviluppo puberale a ragazzini o ragazzine che mostrino tendenze transgender, nella convinzione che un successivo intervento chirurgico di riattribuzione possa essere meno cruento. Un atteggiamento solo apparentemente protettivo. La decisione viene presa in base a un questionario fatto compilare dal bambino, prendendo per buono il momento di legittima incertezza che ciascuno può attraversare nella costruzione e articolazione dell’identità, nel rapporto con gli altri e con se stessi».

Non è comodo esercitare il pensiero, stretti come siamo fra un’omofobia ancora violentemente presente e le ragioni del politically correct.

«Di sicuro la correttezza politica è nata per molti ottimi motivi. Se è degenerata, la colpa non è della validità del concetto ma della pigrizia intellettuale di chi la applica: è più comodo e rapido apparire nobili ed evoluti che tollerare il peso del dubbio e dell’incertezza. Le cose, purtroppo, non sono mai facili. Pensi al cambiamento chirurgico di sesso, una pratica irreversibile: non a caso consentita in paesi, come l’Iran, dove l’omosessualità è ancora considerata reato. Dobbiamo dire con coraggio che è possibile attuare soltanto la mutilazione cruenta e irreversibile del sesso di partenza, e che la ricostruzione è sempre fittizia. Si tenta di correggere uno “sbaglio di natura” per paura di confrontarsi davvero con la complessità dell’identità di genere. Ne fanno le spese, con enorme sofferenza, moltissime persone».


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