Viaggio alla fine della vita

La sofferenza non salva: le cure palliative vanno garantite a tutti

Nel mio ruolo di cappellano ospedaliero, mi è capitato, non di rado, di accompagnare delle persone nella fase terminale della loro esistenza. L’impressione che ho ricavato è che i malati il cui dolore sia efficacemente trattato con analgesici e che vengano adeguatamente ascoltati, accompagnati e sostenuti dal punto di vista psicologico, spirituale ed emotivo, non arrivino, in genere, a formulare la richiesta di eutanasia. Il problema prioritario, a mio avviso è la possibilità di morire dignitosamente.

La tradizione protestante non attribuisce alcuna funzione salvifica alla sofferenza umana (fatta eccezione per la croce di Cristo) e rifiuta ogni teologia doloristica, ritenendo fondamentale seguire la prassi di Gesù, il quale si è adoperato per lenire le sofferenze umane, prendendosene cura e insegnando ai suoi discepoli a fare lo stesso. In questa prospettiva ritengo che obiettivo primario di un Paese civile debba essere quello di potenziare le cure palliative.

In Italia secondo i sondaggi la maggioranza dei cittadini sarebbe a favore dell’eutanasia, ma sono dati inattendibili perché un italiano su due non sa cosa siano le cure palliative e ignora che è del tutto legale la sedazione terminale. Mediante questa pratica, a fronte di sofferenze non lenibili e disagi insopportabili, è possibile sopprimere farmacologicamente lo stato di coscienza di un paziente, la cui vita non viene affatto interrotta o abbreviata, ma piuttosto privata di ogni sensazione di dolore, grazie a una sorta di coma indotto. Garantire realmente a tutti l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, potrebbe quasi azzerare le richieste di eutanasia, ed è su questo fronte che mi piacerebbe vedere la mobilitazione di tutte le confessioni religiose e della società civile.

Non mi convincono invece le proposte di legalizzazione dell’eutanasia incentrate sulla autodeterminazione del soggetto. Da un lato, infatti, è noto che nei malati gravi si verifica uno spostamento dei valori verso l’altruismo, che spinge a chiedere l’eutanasia più per non essere di peso ai propri cari che per autodeterminazione. E dall’altro mi domando quanta libertà possa esserci in un malato inguaribile il cui dolore acuto non venga efficacemente trattato (pur essendo trattabile) e che in una fase di depressione chieda di farla finita. In Olanda, dove esiste una buona legge, sono aumentati i casi di persone che chiedono precocemente l’eutanasia perché avendo avuto una buona vita fino all’avvento della malattia non sopportano l’idea della sofferenza. Infatti, mentre rispetto, senza giudicare, la decisione di chi al culmine della sofferenza chieda di abbreviare i propri giorni, pavento il diffondersi di un orientamento esistenziale che rifiuti aprioristicamente l’idea stessa del dolore, con il rischio di giungere a considerare una vita sofferente come non degna di essere vissuta.

In conclusione, vorrei lanciare una provocazione chiedendo se una legge sull’eutanasia, in un contesto italiano nel quale già si tende a tagliare massicciamente i fondi per la sanità, non rischierebbe di tradursi, nonostante le buone intenzioni, in una più che discutibile “soluzione” al problema dell’allocazione di risorse per il trattamento e la cura del dolore acuto dei malati inguaribili. Tale provocazione mi viene spontanea quando penso che stati come l’Olanda o l’Oregon prima di dotarsi di una legislazione sull’eutanasia hanno sviluppato le migliori cure palliative del mondo, mentre in Italia c’è ancora tanta strada da fare per raggiungere buoni livelli.


[Numero: 13]