Mettiamoci passione

La passione e l’anti-passione Così Steve Jobs ha adattato la macchina al gesto umano

Questa è la storia di una passione nata da un’anti-passione: l’insofferenza viscerale di Steve Jobs per tastiere e interruttori. Ne deriveranno gesti magici: sfogliare uno schermo, ingrandire allontanando pollice e indice, rimpicciolire con un pizzico, scorrere pagine virtuali come se scendessero per gravità. Una storia che il film sulla vita di Jobs ora nelle sale cinematografiche trascura, e invece è cruciale.

Mountain View, California, 2005. Era una cena di lavoro ma anche una festa di compleanno: il cinquantesimo del fondatore della Apple, che all’epoca si era già curato un cancro al pancreas con carote e agopuntura, rassegnandosi poi a un intervento chirurgico che sarebbe stato meglio fare prima. Con Steve e sua moglie Laurene c’erano il fondatore di Microsoft Bill Gates e signora – Melinda, quarant’anni, laurea in informatica – e un ingegnere Microsoft che parlava troppo. Magnificava il progetto di quello che oggi chiamiamo tablet, un computer sottile, tutto schermo, senza tastiera. L’idea era di scriverci su con uno stilo, come gli antichi romani sulle tavolette di cera. L’ingegnere finì con l’infastidire il suo padrone perché svelava dati riservati e il rivale Steve Jobs perché sembrava che sfidasse la Apple.

Guidato da una estetica dell’essenziale, Jobs aveva iniziato presto la sua crociata. Proibì il terzo tasto nei mouse. Via i tasti-funzione. Nel Macintosh escluse i quattro tasti con freccette e fece ridisegnare i circuiti stampati per renderli più armoniosi. Nessun utente li avrebbe mai visti, ma lui concepiva la tecnologia come un’opera d’arte: nel Mac mise le 45 firme dei progettisti, invisibili pure quelle. Nel 2001 lanciò l’iPod: 1000 canzoni e per sceglierle solo una ghiera girevole. Niente tasti.

Considerava inelegante, prima ancora che inutile, l’interruttore: ogni dispositivo doveva spegnersi da sé dopo un certo tempo di non uso. Lo stilo esaltato dall’ingegnere Microsoft durante quella cena che non fu tra le migliori né per lui né per Bill Gates, gli sembrò un’idiozia: la natura ci ha dato non uno stilo ma cinque, e sono le dita; usiamole! Insopportabile la tastierina del Blackberry. Fu così che, mentre l’iPod da solo faceva il 45% del fatturato Apple – ma c’era il rischio che qualche concorrente lo inserisse in un telefono come era successo con la macchina fotografica – l’odio per tasti e interruttori si trasformò in uno stimolo allo sviluppo tecnologico, e nacque l’iPhone.

Uno smartphone contiene 250 mila brevetti (fonte: Jon Agar, University College di Londra, Sempre in contatto , Ed. Dedalo). Alcuni dei più sofisticati riguardano lo schermo multi-touch. Questi schermi devono essere duri e sensibili, due doti difficili da conciliare. Per la durezza Jobs si rivolse alla Corning Glass, la fabbrica di vetro che aveva fatto lo specchio del telescopio di monte Palomar. La Corning aveva nel cassetto un brevetto mai utilizzato per una cosa che chiamavano “vetro gorilla”. Dopo un incontro tra Jobs e l’amministratore delegato della Corning, il vetro gorilla divenne un prodotto di massa. A rendere sensibile il gorilla fu una rete di condensatori velati da ossido metallico: la capacità dielettrica di questo dispositivo varia al tocco delle dita. Addio stilo. Addio tastiere fisiche, benché quelle virtuali conservino la disposizione del tasti QWERTY adottata alla Remington nel 1873. Allargare, restringere, sfogliare. Un tocco e hai foto, musica, radio, telecamera, Gps, posta, giornale, social, libri, tv, giochi e un milione di applicazioni. Il mondo. La macchina aveva dovuto adattarsi al gesto umano. La vera passione di Jobs era un cartello stradale ad un crocevia della Silicon Valley. Su una freccia c’era scritto Technology, sull’altra Liberal Arts.


[Numero: 15]