Viaggio alla fine della vita

La lezione di Socrate: una buona morte, anche se ingiusta

Le letterature classiche non hanno taciuto alcun aspetto relativo alla morte: vi leggiamo le morti dei bambini, dei vecchi, dei padri, delle madri, quelle descritte con tenerezza e quelle truci e cruente delle battaglie eroiche. Né vi è stata passata sotto silenzio la morte perseguita volontariamente, attraverso il suicidio; nei testi medici si trova persino qualche traccia di riflessione su quello che noi chiameremmo “accanimento terapeutico”.

Molti miti hanno per oggetto vicende tormentate, che culminano nella decisione del protagonista di uscire di scena per evitare il disonore, per porre fine a una sofferenza o sacrificandosi per un bene più grande. Fedra, ad esempio, la sposa del re di Atene Teseo, innamorata respinta dal proprio figliastro Ippolito, si toglie la vita mediante l’impiccagione; l’eroe greco Aiace, impazzito poiché non erano state assegnate a lui le armi di Achille, una volta tornato in sé si uccide, per la vergogna, con la spada che era stata di Ettore, nonostante i familiari tentino di allontanarlo dai suoi progetti funesti; anche Eracle, straziato nelle carni da una veste avvelenata inviatagli da Deianira, sposa tradita, si uccide salendo su una pira e facendovi appiccare il fuoco; Deianira stessa muore poi di propria mano, trafiggendosi il fianco con la spada (la forma più usuale di suicidio femminile era invece l’impiccagione).

Il gesto del togliersi la vita non è mai, nelle storie del mito, oggetto di un giudizio morale; sarà la riflessione filosofica a implicare una valutazione etica: è giusto o no rinunziare deliberatamente alla propria vita? Nel mondo antico, come in quello moderno, si diedero al quesito risposte diverse, diretta conseguenza di diverse concezioni esistenziali. Così, se i Pitagorici rifiutavano radicalmente il suicidio, poiché significava sottrarsi al proprio cammino di purificazione, gli Stoici lo legittimavano come soluzione estrema per salvaguardare la propria rettitudine morale. Bene autem mori est effugere male vivendi periculum (Morire bene è sottrarsi al pericolo di viver male), dice lo stoico Seneca, il quale fu costretto al suicidio da Nerone.

Il bene mori senecano ricalca esattamente – sul piano linguistico - la parola “eu-tanasia”, che nell’accezione attuale designa il porre deliberatamente e “dolcemente” fine alla vita in particolari condizioni. Eutanasia viene dal greco eu (bene) + thanatos (morte). Nei testi greci tuttavia essa indica, più che la decisione di rinunziare alla vita, l’opportunità di vivere bene la condizione naturale della morte, accettata con consapevole serenità.

Chi seppe “morir bene” in questo senso fu Socrate, ingiustamente condannato dai suoi concittadini ad una morte che dovette procurarsi bevendo la cicuta. Socrate, grazie ai discepoli, si sarebbe potuto salvare con la fuga, ma rifiutò di farlo, per non sottrarsi ai propri principi, e in particolare all’obbedienza alle leggi, cui aveva educato generazioni di giovani. Nel Fedone, il dialogo che si chiude con la morte di Socrate, proprio per bocca di quest’ultimo Platone espone la propria opinione sul suicidio: esso è illegittimo, perché l’uomo non è il padrone della propria vita, ma «il dio è colui che si cura di noi» e sarebbe stolto per un uomo sottrarsi alla tutela divina, la migliore possibile. L’uomo tuttavia non deve rattristarsi per la morte, che gli consentirà di accedere a beni ancora maggiori. Il ragionamento platonico, così complesso da sembrare contraddittorio, evidenzia che, nella sua prospettiva, la concezione della morte è dipendente da quella della vita: la «buona morte», dunque, è funzione diretta della vita buona.


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