Viaggio alla fine della vita

Inaccettabile spegnere la vita ma non è lecito prolungarla artificialmente

Non posso trattare del tema del “fine vita” senza tener presente la mia esperienza personale. Ricordo con particolare commozione la morte di mio padre a pochi mesi dalla mia ordinazione sacerdotale. Dopo avergli dato la benedizione l’ultima sua parola è stata: «vado in Paradiso». Egli era preparato alla morte perché leggeva l’opera di S. Alfonso de Liguori Apparecchio alla morte , appartenente al genere letterario dell’ ars moriendi . Lo storico Philipe Ariès definisce questo modello «la morte addomesticata», mentre per il nostro tempo parla della «morte proibita» come evento da censurare e da rimuovere. Il tempo del morire è un fatto storicamente nuovo, che soltanto l’uomo che possiede una tecnica medica avanzata si ritrova a dover vivere. L’attuale precomprensione antropologica della morte è premessa indispensabile per un corretto inquadramento dei problemi etici del morire. È in tale background, infatti, che germogliano problemi quali l’eutanasia o l’accanimento terapeutico. La morte oggi spesso è trattata come la fine della malattia, e, quando la malattia “inguaribile”, ma non “incurabile” smentisce l’immagine di una medicina salvatrice, essa è negata, nascosta, mistificata perché rappresenta un non-senso. In questa ottica la richiesta di eutanasia è la più immediata via d’uscita che si presenta al morente e a chi l’attornia. In diversi casi il soggetto a cui togliere le sofferenze fisiche o psichiche non è il malato, ma chi deve assisterlo.

Per un credente la vita è un dono ricevuto da Dio, che non è un nostro possesso. Spesso si rimprovera alla Chiesa di non rispettare la volontà del malato. Ma far presente che la vita è dono di Dio, e dunque come tale va accolta e rispettata fino alla sua conclusione naturale, non significa recare offesa alla libertà delle persone, bensì ricordare un dato di realtà: non abbiamo deciso noi di venire al mondo, Qualcuno ci ha chiamati. Per il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 2276-2279) è perciò inaccettabile dal punto di vista morale l’eutanasia come un’azione oppure un’omissione con la quale si mette fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte allo scopo di porre fine al dolore. Esse richiedono invece rispetto, sostegno, cura e tenerezza. L’errore di giudizio nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la gravità morale di quest’atto. Ma non è lecito nemmeno prolungare artificialmente la vita con «procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi», perché quando la morte è inevitabile, quando le cure non funzionano, bisogna evitare di accanirsi. In tal caso si ha la rinuncia all’“accanimento terapeutico”. Che consiste nell’uso di mezzi particolarmente sfibranti per il malato, condannandolo di fatto ad un’agonia prolungata artificialmente. In questo caso non si vuole procurare la morte: si accetta solo di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. Anche se la morte è considerata imminente, le cure ordinarie dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative e l’assistenza e la visita ai malati costituiscono un’opera di misericordia e una forma privilegiata di carità disinteressata.


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