Erdogan Il sogno del Sultano

Il riscatto dell’Anatolia contro le élites di Istanbul

«Estremamente duro, intransigente e scostante con chi non voterà mai per lui, guadagna voti portando la tensione politica sempre allo zenit. Le costanti irrinunciabili della sua politica sono l’amore folle e l’odio irrefrenabile che suscita», così un editorialista del quotidiano turco Hürriyet riassumeva qualche settimana fa i tratti salienti del Presidente della Repubblica turca Recep Tayyip Erdogan. Il risultato di tutto questo è che le costanti irrinunciabili della politica sono l’amore folle e l’odio irrefrenabile che suscita.

Infatti, da quando cioè il suo AK Parti vinse le prime elezioni, il sistema politico turco non conosce mediazioni: adorazione o odio. Una forma di odio si è manifestata nelle proteste di Gezi, a cui il leader ha prestato scarsa attenzione. Da allora la stampa europea lo ha dipinto via via a tinte sempre più fosche, ma la sua carriera politica non ha subito cedimenti.

La sua prima grande vittoria rimonta al 1994 quando fu eletto per la prima volta sindaco della grande municipalità di Istanbul, capitale economica e culturale della Turchia, come candidato di un piccolo partito islamico. In poco tempo Erdoğan, è stato capace di avviare grandi opere di ammodernamento delle infrastrutture, dalle condotte dell’acqua alle fognature, dalle reti tranviarie e della metropolitana alla realizzazione dei sottopassaggi e delle gallerie, dalla pianificazione urbana alla costruzione di case popolari, migliorando considerevolmente la qualità di vita della megalopoli. La sua carriera di sindaco fu interrotta bruscamente nel ’98 quando fu imprigionato per aver letto una poesia nazionalista (peraltro presente in tutte le antologie).

La battuta d’arresto fu da molti intesa come la fine di una carriera. Erdogan, però, fondò l’AKP con l’appoggio di un gruppo di moderati e con la promessa di realizzare su scala nazionale quello che era riuscito a fare ad Istanbul. I turchi, demoralizzati dalle bagarre politiche e dalla crisi economica, gli diedero fiducia e lasciarono fuori dal parlamento gran parte degli altri partiti. Da premier mantenne le sue promesse: in pochi anni la società turca ha conosciuto una adeguata prosperità economica, il miglioramento di tutti i servizi pubblici, un innalzamento del livello culturale e un rilancio internazionale del paese.

Non sono mancati i tentativi dei militari e della magistratura deviata di ostacolarlo (particolarmente nel 2007) ma il suo successo elettorale ha delegittimato qualsiasi azione di forza. Il consenso è stato senza dubbio il frutto del successo della sua politica di modernizzazione del paese. Allo stesso tempo Erdogan è riuscito a monopolizzare il diviso centro-destra costruendo un partito-coalizione, includendo il nazionalismo turco e il nazionalismo moderato curdo, il liberalismo e l’islamismo. Inoltre la sua storia politica incarna il senso di frustrazione delle masse conservatrici che per decenni si sono sentite escluse dalle élite urbane laiche alla guida del paese. Il movimento islamista si è anche nutrito, a partire dagli anni ’70, del sostegno della piccola e media imprenditoria dell’Anatolia e della regione del Mar Nero che, oggi, grazie alle politiche liberali, si è urbanizzata ed è arrivata a competere sul mercato internazionale. Non è un caso, quindi, che l’AKP nelle ultime elezioni abbia ottenuto il 65% in province come Kayseri o addirittura il 75% a Konya e a Rize.

Molti commentatori avevano dato ancora una volta spacciato Erdogan dopo le immense proteste di piazza e gli scandali che avevano colpito (forse maliziosamente) la sua famiglia nel 2013. Anche questa volta ha stupito, stravincendo con il 52% dei voti al primo turno delle elezioni presidenziali. L’anno dopo, alle elezioni politiche, il partito ha perso la maggioranza in parlamento e, dopo tredici anni, un governo di coalizione sembrava inevitabile. Eppure grazie ad un’opposizione apparentemente più interessata a punire il Presidente che alla prosperità della Turchia, al riapparire del terrorismo curdo e al rischio di sconfinamento della guerra civile siriana (con tutti i suoi rifugiati e violenza), nelle elezioni anticipate del novembre scorso il partito di Erdogan, guidato da Ahmet Davutoglu, è tornato saldamente al potere. Oggi la sfida del paese è, da una parte, affrontare la spirale di violenza nel Medio Oriente e dall’altra la crisi economica globale. In queste difficili condizioni Erdogan deve rispondere al suo elettorato e alla promessa di continuare a migliorare la vita dei turchi. Comunque sia, la sua popolarità e la sua impopolarità, in patria e all’estero, rimarranno alle stelle, e inconciliabili.


[Numero: 14]