Erdogan Il sogno del Sultano

Erdogan, l’imperialismo ottomano

Il sostegno militare ai ribelli siriani di “Ahrar al-Shams” e l’invio di un’unità di reparti blindati nei pressi di Mosul, nel Nord dell’Iraq, descrivono quali sono le aree di maggior interesse di Ankara nel Medio Oriente in decomposizione. Aleppo e Damasco in Siria, come Mosul in Iraq, disegnano una cintura di territori arabi lungo i confini meridionali della Turchia sui quali Recep Tayyip Erdogan vuole estendere la propria influenza per tre ragioni convergenti: la possibilità di impedire che la guerriglia locale curda si trasformi in una retrovia dei cugini del Pkk turco, l’opportunità di controllare una regione ricca di risorse idriche e petrolifere, il desiderio di tornare protagonista in un’area strategica dell’ex Impero Ottomano dissoltosi alla fine della Prima Guerra Mondiale.

Ad incarnare la sovrapposizione fra pensiero politico neo-ottomano, ambizioni di egemonia regionale e necessità di impedire il contagio nazionalista curdo non è solo l’azione politica, e gli scritti, di Ahmet Davutoglu, premier di Ankara, quanto l’intenzione del presidente Erdogan di ridisegnare l’identità turca cancellando non solo la laicità di Ataturk, fondatore della moderna Turchia, ma anche l’ultima fase storica dell’Impero Ottomano che vide la progressiva affermazione di valori e stili di vita occidentali. In un recente discorso pubblico Erdogan ha detto che «negli ultimi 200 anni hanno tentato di separarci dalla nostra Storia e dai nostri antenati»lasciando intendere che il distacco dalle radici islamiche non iniziò con la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale e l’avvento di Ataturk bensì cento anni prima quando il Sultano Selim III di Costantinopoli, contemporaneo di Napoleone, reagì al declino politico-economico con cedimenti alla penetrazione delle cultura europee che portarono all’emergere di gruppi fondamentalisti tenacemente contrari a tale svolta.

In ultima istanza, il momento di inizio della sfida fra modernisti ed islamisti nell’Impero Ottomano avviene come conseguenza al fallito assedio di Vienna nel 1683, quando i Sultani non riuscirono ad estendere le proprie conquiste al cuore dell’Europa Continentale. Sin dall’arrivo al potere, con le elezioni politiche del 2002, Erdogan ha dimostrato di voler recuperare le radici islamiche della Turchia ed il riferimento ai “200 anni” suggerisce che ciò avviene in una prospettiva storica che punta a correggere le scelte compiute dal Sultano Selim III. È questo il motivo per cui Soner Cagaptay, analista di punta sulla Turchia del Washington Institute, descrive il progetto di riforme presidenziali del rieletto Erdogan come una “seconda rivoluzione” tesa a riportare la nazione sul sentiero pre-napoleonico per quanto riguarda il ruolo prevalente dell’Islam nella società. Il risvolto strategico di tale approccio è nel disegno di Erdogan di essere il regista della transizione a Damasco, ovvero scegliere il successore di Bashar Assad, come anche il garante degli equilibri fra etnie nel Nord dell’Iraq. È una proiezione, anzitutto militare, che lo porta a convergere con le posizioni dell’Arabia Saudita - grande alleato dei sunniti in Siria e Iraq - ed a collidere con l’Iran - maggiore sostenitore del regime di Assad e degli sciiti iracheni - e dunque anche con la Russia di Vladimir Putin. Precipitando al centro di un potenziale conflitto fra Stati attorno al controllo di Aleppo, Damasco e Mosul antiche città del Sultano di Costantinopoli che Erdogan vuole riportare all’interno dei confini della Turchia.


[Numero: 14]