Erdogan Il sogno del Sultano

E il Papa chiese a Maometto di accettare il battesimo

Quando il sultano Maometto II conquistò Costantinopoli, nel 1453, papa Pio II gli indirizzò una lettera aperta in cui gli proponeva di convertirsi al Cristianesimo: e allora lo avrebbe nominato imperatore dei cristiani. Dopo aver lodato la fede, la giustizia e la pietà religiosa del sultano, papa Piccolomini concludeva che per essere un perfetto cristiano gli mancava veramente un niente: appena un po’ d’acqua - quella del battesimo, s’intende.

Non sappiamo se Maometto il Conquistatore abbia anche soltanto ricevuto la lettera del papa, che era innanzitutto una provocazione; ma certo dopo aver conquistato l’antica capitale di Costantino, che continuò a chiamarsi così fino alla caduta dell’impero ottomano, il sultano decise che adesso lui era davvero il successore dell’imperatore romano, e prese oltre agli altri titoli anche quello di Cesare, con grande irritazione degli Asburgo, sovrani del Sacro Romano Impero.

Al titolo arabo di sultano, il sovrano ottomano ne aggiungeva in effetti molti altri: era il khan, appellativo turco che rimandava agli antichi popoli delle steppe e alla comunanza di stirpe e di lingua con gli Unni e con i Mongoli; era lo shah, in omaggio a quel mondo persiano che tanto aveva dato alla civiltà musulmana; era il califfo, padrone della Mecca, principe dei credenti e protettore dei luoghi santi; e, appunto, era Cesare, sovrano di Roma, anche se nessun sultano riuscì davvero a conquistare la Mela d’Oro – com’era chiamata Roma nelle loro profezie – e abbeverare i suoi cavalli in piazza San Pietro.

L’impero ottomano, insomma, era ben di più d’una Turchia allargata. Era un impero multietnico e multireligioso, ufficialmente musulmano, ma di fatto abitato per metà da cristiani, oltre che da ricche e influenti comunità ebraiche. Cristiani erano alla nascita quasi tutti i ministri, i visir e i generali, il kapudan pascià che comandava la flotta e l’agha dei giannizzeri, perchè il sultano allevava nel palazzo di Topkapi centinaia di ragazzini selezionati fra i suoi sudditi cristiani dei Balcani, e fra loro sceglieva i suoi più stretti collaboratori. Cristiani per nascita, del resto, e selezionati con lo stesso criterio, erano anche i temutissimi giannizzeri. Guarnigioni di lingua turca sorvegliavano e tenevano insieme l’immenso impero, dal Sahara al Danubio. In certe zone la fusione era difficile: con gli arabi, i berberi e i neri che popolavano i porti del Nordafrica, nonostante la comunanza di religione, i rapporti erano freddi e l’interscambio minimo (”Le ragazze di Algeri non conoscono il turco”, recita una canzone dei giannizzeri). Nei Balcani, nonostante la differenza di religione, la mescolanza fu più spinta; in certe zone la popolazione slava si convertì all’Islam, dando origine agli attuali musulmani della Bosnia; e dopo secoli di convivenza, pare che oggi Greci e Turchi condividano un identico patrimonio genetico.

L’ideologia nazionalista e le guerre di liberazione dell’Otto e Novecento hanno messo fine, in modi per lo più atroci, a quella secolare convivenza, e hanno fatto sì che nella memoria di quei popoli il dominio turco sia stato dipinto con colori fors’anche eccessivamente truci, come testimonia ad esempio Il ponte sulla Drina di Ivo Andric. Certo il dominio del sultano era tutt’altro che leggero, e i cristiani, come gli arabi, erano sudditi di serie B; resta il fatto che tutte le zone d’Europa e del Mediterraneo che negli ultimi decenni sono state teatro di orrori, di pulizie etniche e di guerre sante, dalla Jugoslavia al Medio Oriente, prima erano vissute in pace per secoli sotto la pax turcica. Tanto che c’è da chiedersi se dobbiamo davvero preoccuparci, quando sentiamo dire che la Turchia di Erdogan aspira a diventare un nuovo impero ottomano.


[Numero: 14]